di Vincenzo Montelisciani
La manifestazione di giovedì a Roma è stata una grande lezione di democrazia, partecipazione e civiltà.
Il corteo che si è radunato in Piazza Esedra ha iniziato la sua colorata marcia alle 10.00, con mezz’ora di ritardo sulla programmazione. La fine del corteo invece si è iniziata a muovere soltanto verso le 11 e un quarto, quando Piazza del Popolo era già piena e parecchie strade limitrofe già straripavano. Epifani ha chiuso la manifestazione alle 12 e 15. In Piazza del popolo è continuata ad affluire gente fino alle 15 del pomeriggio. La stima degli organizzatori è di oltre un Milione di partecipanti. Ed io ci credo, poiché eravamo veramente in tanti.
La protesta, lo sappiamo tutti ormai, è rivolta “all’appena-convertito-in-legge” Decreto Gelmini, che riforma il sistema della pubblica istruzione, e alla Legge di Finanziaria approvata con voto di fiducia in Parlamento e articolata dal nostro buon ministro Giulio Tremonti (quello dei condoni e della finanza creativa per intenderci).
Chiaramente, la legge Gelmini è figlia della Finanziaria. Non è colpa sua, povera Gelmini.
In questa partita la voce più grossa l’ha fatta Tremonti. Il ministro, infatti, ha deciso di “risparmiare” sulla voce scuola materna -che è il nostro fiore all’occhiello per quanto riguarda l’intera scuola pubblica (6° posto al mondo)- ben 8 Miliardi di Euro. E non solo. Alla voce Università e Ricerca verranno sottratti in 3 anni, progressivamente, 1,5 Miliardi. Altro che di Università non si parla.
Partendo da questi dati proviamo a capire le ragioni degli Insegnanti, degli studenti, dei presidi, dei Rettori, del personale ATA.
Il decreto Gelmini prevede principalmente: a) Maestro unico -da qualche parte si dovrà pur tagliare, e hanno deciso bene di espungere 87.000 Insegnati-; b) Licenziamento di 45.000 unità tra il personale ATA; c) Grembiule per tutti; d) Voto in condotta; e) Voti in decimi. Chiamarla riforma mi sembra, quantomeno, esagerato. Escludendo dal discorso gli ultimi tre punti dell’elenco, che non hanno valenza politica (hanno infatti valenza sociale), rimangono nell’occhio del ciclone delle preoccupazioni di migliaia di famiglie e di insegnanti i primi 2 punti: quelli sui tagli del personale. Lo credo bene, poiché, malgrado le rassicuranti parole di Mr. B., dalla legge non si evince affatto la garanzia della permanenza del tempo pieno: né sul piano della consistenza oraria, né sotto il profilo della qualità dell’insegnamento. Se il tempo pieno venisse depotenziato, ciò costituirebbe un grave danno per le migliaia di mamme lavoratrici, nonché un ribasso del livello dell’offerta didattico-formativa per gli alunni. E se queste sono le preoccupazioni delle famiglie, non possiamo non stare vicini a quelle 150.000 persone che perderanno il posto di lavoro.
Le ragioni della protesta.
La scuola dell’obbligo, l’università e la ricerca in Italia producono sprechi ed inefficienze. Questo è un dato di fatto.
Ma producono anche eccellenza sviluppo ed innovazione. Questo è un dato di fatto altrettanto vero, altrimenti non saremmo l’ottava potenza mondiale e i nostri laureati non verrebbero “rapiti” dai paesi stranieri.
Il punto è come razionalizzare gli sprechi (magari poi reinvestendo nella stessa scuola e università il risparmio ottenuto), rendere più efficienti gli istituti, incentivare gli insegnanti. Il punto NON è tagliare e basta. Non si possono togliere 9,5 MLD alla pubblica istruzione e poi riassettarne la struttura. Bisogna riassettarne la struttura per ridurre gli sprechi e per garantire un miglior servizio. La scuola -come ha ribadito Epifani - non può essere vista come un costo, ma deve rappresentare un investimento. Deve essere l’ipoteca che i giovani hanno a garanzia del loro futuro.
Tutti gli insegnanti e tutti gli studenti che in questi giorni stanno manifestando questo lo sanno. La scuola la vogliono diversa, ma non in questi termini, non in questo modo.
La manifestazione di ieri è stata una pacifica denuncia di tutto ciò. Colorata, allegra, distesa. C’erano mamme, insegnanti, bambini, presidi, liberi cittadini e sindacati. Tutti insieme per la scuola.
Il vento fresco di Roma sfiorava i volti dei manifestanti: alcuni erano gioiosi per la bella giornata di piazza; altri arrabbiati con Alemanno per il difficile percorso cittadino predisposto per il corteo; tutti preoccupati per la Scuola Pubblica Italiana.
Tanti erano giovani, ragazzi, studenti. Si è detto molto su di loro: che sono ignoranti, scansafatiche, che non conoscono la legge in questione, arroganti, facinorosi. Bella descrizione, certo. Mediaticamente anche di effetto. Stimola una certa repulsione, un antipatia cutanea per questi manifestanti e di conseguenza una simpatia, seppur lontana, pur sempre simpatia per questa ministra, per questo provvedimento e per il governo. Ma purtroppo per loro non è così.
Questi non sono giovani che non conoscono la legge, perché l’hanno letta.
Non sono giovani che non vogliono andare a scuola perché fanno lezioni all’aperto. Non sono giovani che impediscono di fare lezione agli altri studenti, perché alla Sapienza nella facoltà occupata di Lettere e Filosofia si svolgono anche le lezioni ordinarie. Non sono giovani violenti. Sono giovani miti, sì determinati, ma soprattutto pacifici. Sono giovani consapevoli.
Siamo giovani consapevoli.
Non siamo violenti, non siamo facinorosi. Siamo allegri, siamo civili. Manifestiamo per un futuro. Non per un futuro migliore, ma per un futuro. Quel futuro che proprio la classe politica governante ci ha tolto. Ma ce lo vogliamo riprendere. E ce lo riprenderemo strappandovelo dalle mani. Non con l’ arroganza, non con la violenza. Ma con la protesta. Con la ragione e la cultura. Quella ragione e quella cultura che temete tanto.
Noi non siamo come dite voi, e nemmeno come voi. Noi siamo diversi.
E’ di questo che avete paura.