Associazione Nazionale “Unire la sinistra”

Ricominciamo da tre - Roma - 3 luglio

“Fischia il vento e soffia la bufera” (canto partigiano)

(Estratto dal libro “MEMORIE DI UNA VITA FUTURA” di Marco Parodi)

Era scoppiata l’estate e la città sembrava attraversata da un vociare confuso, da bagliori continui di rivolta, da un vento di bandiere rosse e di canti partigiani.

La Democrazia Cristiana aveva messo Giuseppe Tambroni a capo di un governo che si sosteneva con i voti dei fascisti, i quali pretendevano di tenere il congresso del MSI proprio a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, provocando la sollevazione di tutti i genovesi.

Il 30 giugno, piazza De Ferrari fu invasa dai camalli (gli scaricatori del porto) provocando i caroselli della Celere che, per disperderli, salivano con le jeep sui marciapiedi, ma i dimostranti, nascosti nei portoni, sollevavano di peso l’ultimo celerino dal lato destro e lo tiravano dentro per gonfiarlo di botte.

Così il congresso del MSI a Genova fu annullato. La rivolta si allargò ad altre città, in Sicilia, a Reggio Emilia, provocando anche dei morti. “Di nuovo come un tempo / sopra l’Italia intera / fischia il vento e soffia la bufera.”

Alcuni miei amici riuscirono a contrastare sul nascere un mio iniziale moto di solidarietà per i poliziotti, che anticipava di dieci anni quello di Pasolini dopo gli scontri a Valle Giulia, facendo sì che un primo vago barlume di coscienza politica si facesse strada in me.

Non distante da casa mia, nei giardini pubblici, si trovava una vecchia torre dalle incerte origini che veniva utilizzata come Sezione del Partito Comunista Italiano. Era intitolata a “Giacomo Buranello”, uno studente antifascista figlio di contadini veneti emigrati a Genova, fucilato dai repubblichini al Forte di San Giuliano.

Passandovi davanti, mi accadeva spesso di fermarmi a leggere i fogli dell’Unità chiusi in una bacheca circolare che abbracciava tutto il perimetro della struttura, e ad ascoltare con curiosità i commenti dei gruppi di compagni che ne approfittavano per tenersi informati.

Piano piano, acquistando confidenza, avevo cominciato ad unirmi al dibattito, a dire la mia su cose che magari avevo sentito da Galloni o Trionfo, risultando più avvertito sul piano politico di quanto in realtà non fossi.

Il segretario della sezione era un ex-operaio dell’Italsider, ormai in pensione e con tanto tempo libero davanti; una persona mite e piena di buon senso, così diversa dai comunisti trinaricciuti inventati da Guareschi, in perenne attesa dei cosacchi di Baffone che dovevano abbeverare i cavalli nelle fontane di San Pietro.

Mi si avvicinò spinto dalla curiosità di conoscere quel ragazzino che parlava una lingua così pulita, senza inflessioni dialettali, e dalle idee apparentemente così chiare.

Con l’andar del tempo, i nostri incontri diventarono dei veri e propri appuntamenti, di sera, quando non dovevo più rendere conto ai miei delle ore di studio.

Scoprendo che volevo fare l’attore, si infiammò moltissimo e mi chiese lì per lì di organizzare delle letture, di poesie o di qualsiasi altra cosa, per i compagni. A me non pareva vero di poter tornare, anche se in forma ridotta, a recitare, e mi misi subito a studiare un reading dedicato a Bertolt Brecht.

Avevo comprato su una bancarella un volumetto marrone delle Edizioni del Gallo, di canzoni, ballate, poesie dal titolo “Io, Bertolt Brecht”. Era una raccolta dei versi più famosi del poeta di Augsburg, fra i quali “Mio fratello faceva l’aviatore”, “Del povero B.B.”, ed il mitico “Ricordo di Maria A.”.

In dieci giorni riuscii a coinvolgere nelle prove un chitarrista, Vittorio Centanaro, che suonava come un angelo, ma sopratutto era disposto ad esibirsi gratis in una sezione del PCI, nonostante si professasse anarchico-trotkista.

A mia madre, ancora legata alla memoria di De Gasperi, venne quasi un infarto quando, fra mille cautele e reticenze, le comunicai che mi sarei esibito all’interno di uno spazio un pò particolare, un circolo dopolavoristico operaio messo a disposizione dal Partito Comunista.

La prima cosa che le venne da dire fu: “E adesso cosa diranno i vicini?” Ma dal momento che avevo invitato anche loro, i quali si erano subito attivati per spargere la voce fra i condomini, si tranquillizzò alquanto senza rinunciare ad un’aria rassegnata e sospirosa quando doveva giustificare di fronte agli altri le scelte stravaganti di quel figliolo.

La sala riunioni della Sezione “Buranello”, sgombrata per l’occasione da tavoli, pannelli, ciclostili, macchine da scrivere e cumuli di bandiere rosse accatastate davanti al cesso, era piena come un uovo, anche se il parterre du roi era composto da manovali dell’Ansaldo, ferrovieri, autisti dell’ ATG, il fornaio che ci cuoceva i panettoni, il patito di operette, il mio barbiere con signora, e naturalmente mia madre un pò defilata, che non aveva voluto rinunciare ad un abitino nero con una spilla di zirconi non molto intonata all’ambiente.

La serata fu un trionfo; tutti cercavano di congratularsi, stringermi la mano, darmi pacche sulle spalle, con aria sinceramente commossa.

La mamma assisteva basita a questa ondata di entusiasmo che quei versi così essenziali, scarni e per niente romantici certo non avevano suscitato in lei; ma accettò di buon grado la sua quota di complimenti per l’esibizione del figlio.

Nascosta fra il pubblico, c’era anche la Direttrice della Società di Cultura, Enrica Basevi, detta “Chicca”, una signora alta e magra, di un’eleganza naturale che le derivava da una famiglia assai titolata, ma dichiaratamente di sinistra; ed era stata messa a capo di una struttura con sede nei piani alti del Grattacielo, la famosa Torre Piacentini.

Al termine della lettura, si avvicinò con aria discreta, attese che la caciara si fosse un pò attenuata e con molta semplicità mi invitò a replicare il mio recital da loro. Una proposta incredibile, se si tiene conto che quel collage io l’avevo messo su in pochi giorni e senza la supervisione di nessuno.

Accettai ad occhi chiusi, e quando diedi la notizia a mia madre la vidi riacquistare colore e statura all’idea che suo figlio fosse stato invitato in una delle istituzioni più prestigiose della città.

Anche il mio amico segretario di sezione fu molto contento per me ed orgoglioso di aver propiziato un incontro del genere.

Mi buttai a capofitto nelle prove assieme al chitarrista anarchico, lavorando ininterrottamente per quindici giorni a migliorare il testo, a perfezionare gli stacchi musicali, ad approfondire l’interpretazione. Del resto ero stato promosso, anche se per il rotto della cuffia, ed i miei non avevano nulla da dire.

Anche questa volta ricevetti molti complimenti, e sopratutto ebbi modo di conoscere una quantità di persone per me del tutto nuove, appartenenti alla cosiddetta Genova bene. L’atmosfera era dichiaratamente di sinistra, ma con un lieve cedimento a destra, come direbbe Giorgio Gaber.

C’erano baroni universitari, consiglieri comunali e provinciali, un famoso primario a cui mia madre si era rivolta per una visita specialistica che le era costata una somma da capogiro, insomma un pubblico che oggi definiremmo radical-chic.

Durante il ricevimento che per tradizione concludeva la serata, mi fu chiesto, fra una tartina e un bicchiere di Sciachetrà, di replicare il mio recital in diverse altre sedi, naturalmente a pagamento.

In poco tempo la Società di Cultura mi accolse nel novero dei collaboratori esterni; Chicca Basevi era molto ben disposta nei miei confronti, tanto da affidarmi alcuni progetti assai delicati, uno dei quali rappresentò un banco di prova veramente arduo.

Era appena uscito nelle sale il primo film di Pier Paolo Pasolini, “Accattone”, ed io fui incaricato di organizzare un incontro pubblico con il regista nella nostra sede.

Pasolini accettò di buon grado, e dopo un paio di settimane mi recai alla Stazione Brignole, in compagnia di Giannino Galloni e di un autista, per accogliere quello scrittore così problematico e trasgressivo.

L’incontro non fu dei più cordiali: l’uomo era molto timido, tanto da risultare scostante, e ci chiese di accompagnarlo subito in albergo rifiutando qualunque ipotesi di giro per la città, adducendo motivi di stanchezza.

Ma dopo qualche minuto noi, che ci eravamo attardati a commentare quei modi così poco simpatici, lo vedemmo sgattaiolare fuori dall’albergo in direzione di Sottoripa. Evidentemente preferiva muovere da solo verso le innumerevoli occasioni di peccato offerte dai caruggi.

Tuttavia si presentò puntalissimo all’appuntamento con l’autista che doveva accompagnarlo al Grattacielo.

Per l’occasione la sala era piena in modo sospetto, e fra il pubblico comparivano diverse facce nuove, mai viste ai tradizionali incontri della Società di Cultura.

L’arcano si chiarì immediatamente non appena il regista cominciò a parlare, provocando risate sarcastiche, di aperta derisione, commenti maligni, accenni alla sua omosessualità, in un clima da stadio smaccatamente organizzato da un gruppo di provocatori. Pasolini accolse la contestazione con olimpica indifferenza, limitandosi a rivolgere loro un invito: “Non muggite, parlate.” Il che rese l’atmosfera del tutto incandescente.

Ad aggravare la situazione, giunse la notizia che una squadraccia fascista si era radunata sul marciapiede di fronte alla Torre Piacentini, in attesa dell’uscita dello scrittore. Preso dal panico, decisi di telefonare alla Sala Riunioni dei camalli per avvisarli che un gruppo di camerati si era schierato davanti al Grattacielo per dare una lezione al compagno Pasolini, noto scrittore e regista. Nessuno di loro lo conosceva, ma bastò l’annuncio della provocazione fascista per spingerli ad arrivare di corsa.

Si formarono allora due opposti schieramenti che si fronteggiarono in silenzio, in un puro gioco di occhiate. Pasolini fu fatto passare, con grandi pacche sulle spalle accompagnate da assicurazioni del tipo “Tranquillo, Pasolini, ci pensiamo noi!”, attraverso un cordone di sicurezza e guidato fino all’automobile che doveva ricondurlo in albergo. L’assembramento si sciolse così senza incidenti, ma io dovetti aspettare a lungo prima che mi tornassero le forze per andare a casa.

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Antifascisti e comunisti durante il ventennio fascista in alcuni comuni della Sardegna

(primo elenco dei ricordi personali di Ribelle Montis)

GUSPINI

La resistenza al fascismo si manifesta già nel 1922 con un crescendo di iniziative dei comunisti, ma anche di antifascisti di varia estrazione politica (socialisti, repubblicani e liberali). Nel 1936 vengono arrestati e successivamente confinati per 5 anni,sorpresi ad ascoltare la Radio repubblicana Spagnola da dove Velio Spano parlava ai sardi combattenti nelle file franchiste inviati dal fascismo: Eugenio Massa, socialista, nel dopoguerra Sindaco facenti funzioni dal 1947 al 1952; Dr. Luigi Murgia, liberale, di famiglia ricca; Massimo Agus, Ettore Manis repubblicani ed altri.
Il Consiglio Comunale, eletto il 3 ottobre 1920, composto da ben 16 comunisti e con il Sindaco dello stesso Partito, nella seduta di insediamento , il giorno 16, votò due ordini del giorno: uno a favore della scarcerazione di Sacco e Vanzetti , detenuti e condannati a morte negli Stati Uniti, l’altro di solidarietà alla Repubblica dei Soviet. Il Consiglio Comunale e la Giunta continuarono ad amministrare fino al gennaio del 1924, come risulta dai verbali sottoscritti dal Segretario Comunale.
Nel 1928 si ricostituisce una cellula comunista, dopo essere stato disperso gran parte del gruppo dirigente in Sardegna e all’estero: Antonio Mura ad Alghero, Giuseppe Zuddas ad Olbia, Dino Usai nella miniera di Nebida, ecc. . Pietrino Congiu minatore, espatriato in Francia nel 1936 si arruola nelle Brigate Internazionali durante la guerra di Spagna , fu ferito gravemente a Guadalajara, morì forse in Francia, Sanna Antonio e Giuseppe emigrarono in Argentina.
Nel 1929/30/31 vengono diffusi in paese e nelle miniere volantini antifascisti , portati dalla Francia nel doppio fondo di una valigia. Arresti e condanne di comunisti presi a caso, compreso mio padre già consigliere comunale nel 1920.
La ricostituita cellula era composta da una ventina di vecchi comunisti , ricordo Peppino Saba rientrato dalla Francia, Attilio Lena rimpatriato da Torino per disposizione della Questura, dipendente della FIAT, partecipò all’occupazione delle fabbriche nel 1920. Pinna Salvatore – Tuberi Arturo confinato negli anni trenta - Cleto Ruggeri – Giovanni Rosas – Usai Antonio Giuseppe - Emilio Montis - Attilio Maccioni – Serpi Giovannino - Efisio e Odone Murgia minatori - Eugenio Saba, Pasqualino Puxeddu calzolaio, infine Raimondo Puxeddu , primo Segretario del circolo costituito nel 1920, corrispondente del giornale satirico l’ASINO e dell’AVANTI.
Il 1° maggio del 1936 una Bandiera Rossa ben visibile fu issata fra le rocce della montagna sovrastante il paese , arrestarono 150-200 persone in gran parte minatori legati con catene a gruppi di 8-10 e condotti nella caserma del circondario. Nei giorni successivi furono rilasciati senza individuare il o i “rei”.
L’ultimo eclatante episodio avvenne nelle miniere di Montevecchio nel gennaio del 1942, uscirono dai pozzi di levante decine di vagoni di minerale con scritte sulle fiancate: ABBASSO LA GUERRA E IL FASCISMO – VIVA IL COMUNISMO. Uno degli artefici fu un giovane minatore di Gonnosfanadiga , Salvatore Depuro, divenne sindaco nel 1952, espatriato in Francia, mio padre fu licenziato.
Velio Spano autorevole dirigente e parlamentare comunista, nato a Teulada, venne a Guspini con la famiglia nel 1910, il padre era Segretario comunale. Velio qui divenne comunista soggiornando fino all’età di 16 anni. La sua biografia è conosciuta, ricordo solo che al Convegno dei Partiti Antifascisti che si tenne a Bari nel gennaio 1944 (Convegno di Bari) rappresentò il P.C.I..

Notizie certe su alcuni altri comuni

ARBUS
Tanti minatori antifascisti e comunisti soprattutto ad Ingurtosu, Francesco Cannas,del Comitato operaio che diresse lo sciopero di 35 giorni nel 1921 (3.000 dipendenti compresi un folto gruppo di operai slavi della cosiddette Terre Redenti) confinati durante la guerra del 1915-18. Mario Lampis sorvegliante, un certo Cannas … ecc……

VILLACIDRO
Sisinnio Mocci, fucilato nelle Fosse Ardeatine 1944, un minatore di nome Erbì, Sanneris che divenne Sindaco comunista nel dopoguerra.

SERRAMANNA
Bonaventura Pinna, arrestato nell’estate del 1943 mentre ascoltava Radio Londra, minacciato di fucilazione senza processo come spia perché gli inquirenti del controspionaggio scoprirono che l’apparecchio era anche trasmittente, al sopragiungere il 25 luglio e ‘8 settembre 1943 fu liberato senza conseguenze. Pinna Antonio Giuseppe – uno dei componenti del Comitato dello Sciopero di Ingurtosu comunista già sindaco di Serramanna per due mandati (tutti e due erano cugini e guspinesi).

GONNESA
Vittorio Lebio iscritto al partito nel 1921 costituì un gruppo molto attivo nelle miniere dell’iglesiente, i membri rimasero sconosciuti, di certo vi era un comunista anarchico già processato per attività contro la guerra del 1915-18, si chiamava Era.

QUARTU S. ELENA
Cois Allico, nel 1937, fu ospite a casa mia per qualche giorno, con mio padre si scambiarono informazioni di carattere organizzativo. Nel 1944 venne nominato dal generale Pinna, Commissario per l’epurazione. Nel dopoguerra Consigliere Provinciale, nel 1952 e successivamente Sindaco di Quartu.

VILLAMASSARGIA
Bianco espulso dalla Francia e consegnato alla polizia italiana fu ospite a casa mia per qualche settimana nel 1937, nel dopoguerra è stato Sindaco.

IGLESIAS
Gennaio 1944 o forse dicembre 1943 , Segretario della sezione P.C.I. è stato un compagno chiamato Baldino. Il primo Segretario della Camera del Lavoro di Cagliari si chiamava Gigi Piga, comunista con incarichi nel settore operaio a Torino, arrestato fu in fase istruttoria nello stesso processo di Gramsci, Terracini, Fortichiari ed altri, rimesso in libertà nel 1927 fu rimandato al paese di origine, Guspini, con l’obbligo di non allontanarsi.Dopo un periodo a Cagliari, fu sostituito da Giovanni Ibba, ricoprì lo stesso incarico a Carbonia per qualche mese. Pietro Cocco di lui si può ricordare di essere stato confinato per 5 anni, per notizie più precise, lo si può chiedere direttamente, essendo ancora in vita e residente a Carbonia.

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Buon Compleanno PCI

di Maria Demurtas

E’ vero il mitico PCI non c’è più, si è frammentato in tanti partiti che pur condividendo la stessa ideologia, stentano a ritrovare l’auspicabile unità politica.
Eppure basterebbe pensare al patrimonio di diritti che quel partito unito e forte ha saputo darci e che perdiamo ogni giorno. conservo ricordi importanti di quegli anni, perché coincidono con gli studi universitari e con le successive scelte professionali. Sono legati ai primi anni settanta ed alle battaglie per la liberalizzazione della pillola. Non fu una battaglia semplice ottenere addirittura che si potesse prescrivere, come qualsiasi altro farmaco , a carico del SSN. In quegli anni fu approvata anche la legge che istituiva su tutto il territorio nazionale i consultori familiari. Uniche strutture del SSN di libero accesso a richiesta diretta del cittadino, per affrontare problematiche legate alla contraccezione e che erano autorizzate alla distribuzione diretta dei contraccettivi. LA chiesa consapevole che nel paese era iniziata una stagione laica e progressista , corse immediatamente ai ripari istituendo in contrapposizione alle strutture pubbliche i consultori diocesani . Ricordo come modificò la mia vita professionale l’approvazione della legge 194 che non solo depenalizzava l’aborto , ma con grande lungimiranza e consapevolezza da parte del legislatore, del progressivo abbassamento dell’età del primo rapporto sessuale, liberalizzava anche alle minorenni la prescrizione dei contraccettivi, senza il consenso dei genitori.Lavoravo nel più grande ospedale della Sardegna ed in pochi mesi fu chiaro che la legge aveva raggiunto uno dei suoi obbiettivi primari, ridurre drasticamente le complicanze legate all’aborto clandestino.
Il PCI non c’è più e la sua mancanza si sente. I consultori familiari non sono più una struttura importante nel complesso del SSN, non distribuiscono più i contraccettivi ed a malapena riescono a sopravvivere, perché i finanziamenti che
dovevano essere finalizzati si perdono in altri meandri. Le pillole, quelle a più basso dosaggio e di più largo uso, non sono più a carico del SSN, nella indifferenza generale. La chiesa è molto più forte, può chiedere alle farmacie pubbliche dello stato italiano di non vendere la pillola del giorno dopo, può negare alle donne italiane il diritto a poter usufruire dell’aborto farmaceutico e poco importa e se quel farmaco ha importanti indicazioni terapeutiche in oncologia ed in psichiatria. La assenza nel panorama politico italiano di una sinistra forte ha prodotto un attacco del vaticano alla laicità dello stato che ha raggiunto livelli non più tollerabili. Siamo all’integralismo religioso in uno dei suoi aspetti più odiosi: l’invasione della vita intima del cittadino. Anni di studi e di ricerche hanno portato a risultati tali da garantire una procreazione libera e consapevole senza danni per la salute. Ma la chiesa cattolica é di tutt’altro parere: no , non é così, la scienza medica sbaglia, e poco importa che si presenti con dati scientifici e casistiche rigorosamente controllate e controllabili, interferiscono eminenti sacerdoti,tutti i metodi i metodi contraccettivi non naturali sono dannosi per la salute. Ora questa affermazione (intanto potrei prenderla in considerazione , come medico, se fornita da un altro medico e non ascoltarla da un sacerdote come,invece, ho dovuto fare in una recente trasmissione televisiva)mi pone diversi interrogativi. La prima domanda é : se la finalità della contraccezione é avere rapporti sessuali non finalizzati alla riproduzione, perché mai la chiesa si schiera contro l’utilizzo dei preparati ormonali ma l’ammette con i cosiddetti sistemi naturali? i preparati ormonali hanno raggiunto un livello altissimo di sicurezza sia contraccettivo sia di tutela della salute della donna. Ma la chiesa li condanna e propone contro ogni evidenza scientifica i metodi naturali, sorvolando (o forse proprio contando) sul dato del 25% dei fallimenti. Il punto nodale risulta pertanto non la contraccezione in se - perché a certe condizioni ammessa- quanto “il potere la donna avere i totale controllo di se stessa”.
Ritengo che la Chiesa,in sostanza, non sopporti di accettare, tutto ciò che permette alla donna di decidere in autonomia quanto riguarda la propria sessualità ,in piena sicurezza ed in piena libertà.
Avanza una soluzione di compromesso:contraccezione si, ma solo con i metodi naturali. In poche parole ammette la contraccezione (in effetti prende atto dell’impossibilità di eliminarla), ma vuole controllarla.
Da laica non mi aspetto dalla chiesa e soprattutto da questa chiesa che si pronunci a favore dell’aborto e di certi metodi contraccettivi che possono ostacolare una presunta gravidanza alterando la fisiologia uterina (spirale e pillola del giorno dopo), ciò che non è ammissibile da parte di uno stato laico é l nuova forma che la battaglia ha assunto. L’indicazione alle farmacie pubbliche italiane, non vaticane, quali prodotti vendere e quali escludere e, sentire dei farmacisti ammettere che in effetti “già da tempo avevano eliminato dai loro scaffali prodotti ritenuti all’indice dalla chiesa”ed il comportamento di un ministro del governo ex-socialista (sic) nel caso Englaro , é quanto di più inaccettabile e pericoloso possa accadere ad uno stato laico. I rischi di tale condizionamento sollecitano una mobilitazione del popolo della sinistra a tutela della laicità dello stato e dei diritti dei cittadini.
L’integralismo religioso ha da sempre come obbiettivo primario il controllo della libertà della donna e della gravidanza. Ricordo che, non un secolo fa, ma sino all’inizio degli anni sessanta, eminenti teologi s’interrogavano se fosse o no lecito interrompere chirurgicamente un gravidanza extra-uterina, perché-pur nella sua anomalia-era comunque un progetto divino!
Guardando alla storia del nostro paese, da sempre condizionato dalla volontà del vaticano, vedo una storia di sangue versato nei secoli dal sacrificio delle donne in nome del diritto primario del feto e della tutela della sua vita eterna(sic). Vorrei come donna e come medico,uno stato davvero libero dai dogmi della chiesa, e una chiesa che tutela si la vita,ma non ne pretenda l’esclusiva perché è un principio fondamentale indiscutibile. I dogmi non possono essere, in uno stato laico, lo strumento per condizionare il diritto all’autodeterminazione ed alla libertà di coscienza. La storia della chiesa cattolica é percorsa da dubbi , ripensamenti, interpretazioni e smentite e ha,fin dall’inizio, ostacolato con ogni mezzo la nascita della scienza medica. Oggi ammette l’esistenza della scienza, ma pretende di condizionarla e di guidarla e, data la situazione politica attuale, ci riesce molto bene. Le compagne ed i compagni del PCI ci hanno regalato una grande stagione di libertà e di progresso, ci hanno fatto vivere l’emozione di essere uno stato laico, moderno in linea con gli altri stati europei a noi della sinistra il compito di rimetterla al centro della vita politica del paese.

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Oggi è il nostro compleanno

di Luca Robotti

“Oggi è il nostro compleanno” così i compagni più anziani esclamavano in federazione ogni 21 gennaio, in clima di felicità e di rispetto per quella data, ogni anno ricordavamo quella data come se fosse per tutti quella della nostra nascita, di un popolo che aveva saputo dotarsi di uno strumento talmente completo e funzionale da farci sentire tutti parte di una grande famiglia, solidale e autosufficiente.

Per motivi anagrafici ho potuto militare poco nel PCI, mi sono iscritto nel 1986, due giorni dopo aver compiuto 14 anni (in realtà mi iscrissi alla FGCI, la tessera al partito la rilasciavano a 18 anni) ricordo ancora che mi accompagno mio padre e quando ebbi tra le mani lo statuto, la tessera e una copia della rivista Jonas, mi sentii felice, appagato, pronto a iniziare la militanza in un luogo che già conoscevo e che rappresentava la “diversità” rispetto ai maledetti anni della “Milano da Bere”, dei paninari e della vacuità dell’agire sociale e culturale della società italiana.

Il PCI diventò così la mia vita, mi diede possibilità culturali e sociali che da solo non avrei trovato, mi insegno a rispettare la comunità e ad accettare le decisioni che si prendono insieme, al tempo stesso mi consegnò la cosa più importante per me: la capacità di dubitare, di criticare, di non accettare il potere chiunque lo eserciti.

Il PCI era una società a parte, non solo perché pensavamo e una certa misura eravamo, diversi dagli altri, su questioni come la moralità, l’onesta, lo spirito di sacrificio e l’altruismo, ma perché nel partito si poteva trovare tutto quello che serviva per non cadere nell’omologazione e nella trappola di una società impoverita culturalmente e socialmente.

Non erano più gli anni in il partito ti seguiva dalla nascita alla morte, ma si potevano ancora trovare gli strumenti per passare dall’impegno politico, allo studio, al divertimento, agli amori, si poteva riempire la vita militando nel partito, una sensazione di sicurezza che personalmente mi manca da diversi anni.

C’erano le feste, le campagne di adesione, le diffusioni del giornale, le lotterie, le scuole di partito, le lunghe chiacchierate con i compagni più anziani o con i compagni delle fabbriche, i giri per le nostre campagne a trovare quei comunisti contadini che affrontando il bigottismo di una provincia bianca come quella di Asti, tenevano vive le esperienze di mobilitazione contro le accise sul vino e ben salda la memoria partigiana.

La mia è stata da allora una militanza ininterrotta, la militanza è stata e continua ad essere il mio modo di stare al mondo e di sentirmi utile, convinto di battermi per un ideale dal profondissimo valore umano, di fiducia nei confronti di una umanità che cerca di liberarsi e ha bisogno di strumenti sempre nuovi ed efficaci.

Non riesco e non riuscirò a smettere di essere comunista, lo sono perché credo che questo nostro mondo sia ingiusto e che serva unire i lavoratori per renderli più forti di chi li sfrutta e li divide.

Non riesco a smettere di essere comunista perché credo nella libertà che non diventa egoismo sociale e competizione, perché il PCI mi ha insegnato a non credere che il comunismo sia una dottrina messianica e infallibile, perché la nostra storia porta con se la democrazia e la sua espansione, perché non abbiamo mai imposto al nostro popolo sofferenze o dittature, ma abbiamo pagato con il carcere e la vita il costo per la Repubblica e la democrazia.

Sono comunista e non mi interessa costruire un museo dove conservare la mitologia dei bei tempi andati, voglio che la nostra cultura, la nostra storia viva e si sviluppi, accetti la sfida della battaglia delle idee e per l’egemonia della sua efficacia ed utilità, per questo credo che oggi sia il momento di costruire una Sinistra che abbia al proprio interno la cultura dei comunisti.

Buon compleanno a tutti noi, per me è il primo che passo senza colui che mi ha aperto la mente e mi ha aiutato a diventare una persona matura: mio padre. Anche a lui dedico questo mio ricordo alla nostra festa e a tutte le ore di militanza che abbiamo fatto insieme.

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Non è una celebrazione

di Katia Bellillo

Barak Obama oggi diventa ufficialmente il 44esimo presidente degli USA.
Questo uomo, che se fosse nato in Italia sarebbe considerato apolide perché figlio d’immigrati africani, ha riacceso la speranza per milioni di americani e per tanti nel mondo.
Mentre mi accorgo che anch’io guardo a lui con il fiato sospeso, mi viene in mente che il 21 gennaio è una data che non riesco a dimenticare.

Nel lontano 1921 in una fredda giornata di gennaio a Livorno nasceva il Partito comunista italiano.
Anche quel partito rappresentò fin dall’inizio la speranza per tanti senza voce e senza diritti, offrì fiducia e dignità ad ogni lavoratore che cercava il riscatto del lavoro dallo sfruttamento.
Fu quel partito che catalizzò l’energia della migliore gioventù per resistere alla barbarie della dittatura fascista e per liberare l’Italia.
Fu quel partito che contribuì a scrivere il patto sociale che avrebbe fatto nascere la repubblica democratica della Carta Costituzionale.

Non sono diventata comunista leggendo i libri “sacri”.
Ho sempre pensato che l’orgoglio, la rabbia, la ribellione e soprattutto la voglia di riscatto che hanno definito la mia identità culturale dalla nascita, si sono sedimentati, di generazione in generazione, nel mio DNA.
La grande opportunità che giovanissima e ribelle mi è stata offerta dagli eventi della storia è stata quella di aver trovato quel PCI, quel luogo dove le mie idee, la mia voglia di cambiamento e quella insolente insofferenza all’ipocrisia, ai pregiudizi, agli opportunismi, hanno trovato l’alveo che mi ha aiutato a contenere ma soprattutto a trasformare, bisogni ed esigenze personali, in azione e pratica politica per il cambiamento.

La scelta, per me e per tante della mia generazione, fu naturale: quel grande partito, con tutte le sue contraddizioni, con quei riti che ho sempre contestato, ha saputo però dare ospitalità a quella mia immensa necessità d’idealità e nello stesso tempo ha saputo insegnarmi a sostenerla, contenendola dentro grandi strategie, a misurare la passione dei miei sogni con i bisogni, le speranze, le gioie e le sofferenze della mia gente e delle persone come me.
Quel partito mi ha insegnato che fare politica significava mettersi al servizio dei più deboli per fargli comprendere che il destino non era quello di chinare il capo davanti ad un altro simile e che tutti abbiamo gli stessi diritti, mi ha inculcato la fierezza di sentirmi a servizio di tutti ma serva di nessuno.
Teoria e prassi ma anche modo di essere, dunque. L’impegno costante quotidiano a far sì che la grande strategia, il progetto e il realismo politico fossero sempre coniugate insieme per non decadere nel pragmatismo superficiale e dell’inciucio o nel settarismo elitario, sterile ed inutile se non addirittura dannoso.
Quel partito che per 50 anni ha rappresentato il modo di essere sinistra in Italia ha saputo dare voce ad ogni esigenza di libertà che il sistema avrebbe voluto cancellare, perché aveva la forte consapevolezza che ogni conquista sociale, ogni miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dovevano avere come presupposto irrinunciabile quello della difesa ad ogni costo dei diritti fondamentali e delle libertà individuali e collettive.
Solo questo è il significato di un Partito Comunista che renderebbe giusta anche la sopravvivenza di un nome e di un simbolo.

Oggi dopo venti anni che ho voluto spendere nella speranza di mantenere viva quella cultura e quel modo di concepire la politica e dopo il fallimento dell’esperienza di Rifondazione Comunista nel 1997 e del PdCI, so che il PCI purtroppo non c’è più, ci sono partiti che si riconoscono in culture comuniste, ma il PCI era altra cosa e senza quella capacità di rispondere ai bisogni reali delle persone e a coinvolgerle in un progetto di cambiamento dell’Italia, dell’Europa e del mondo, mantenere nome e simbolo non ha più alcun significato.
Quel grande partito che vedevo come un gigante a guardia della democrazia, rassicurante e punto di riferimento per tanti, anche per chi non solo era lontano dal progetto ideale, ma addirittura avversario a quello politico, oggi mi manca tanto!
Ricordando Alessandro Curzi è proprio vero che “in quest’Italia d’oggi rabbiosa e sfiduciata. Ma soprattutto impaurita. Ci manca veramente tanto.”
E mentre guardo la diretta e il sorriso rassicurante di Obama si amalgama con i sorrisi di quel popolo dai mille colori sento che dobbiamo fare in fretta perché “l’Italia ha bisogno di qualcosa di nuovo che dia nuova linfa ad una democrazia inquietantemente esangue”

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Crisi come occasione di cambiamento

di Umberto Guidoni

Mentre prosegue il dibattito sul processo di unificazione della sinistra, voglio prendere spunto dalla ricorrenza della nascita del Partito Comunista Italiano, il 21 gennaio del 1921, per rileggere una pagina importante dell’elaborazione teorica del PCI che mi pare di straordinaria attualità anche oggi.

La sinistra italiana ha bisogno di rileggere la sua storia e di usarla come bussola per individuare il cammino da percorrere. Chi la dimentica, come il PD, rischia di perdere le ragioni ideali dell’agire politico, chi la idolatra, viceversa, si condanna all’isolamento identitario e alla sconfitta.

“Per noi l’austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo, non congiunturale, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l’esaltazione di particolarismi e dell’individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato. L’austerità significa rigore, efficienza, serietà, e significa giustizia; cioè il contrario di tutto ciò che abbiamo conosciuto e pagato finora, e che ci ha portato alla crisi gravissima i cui guasti si accumulano da anni e che oggi sì manifesta in Italia in tutta la sua drammatica portata”.

Con queste parole Enrico Berlinguer, nel gennaio del 1977, definiva una proposta politica, da lui definita “dell’austerità”, pensata per fronteggiare una crisi che, pur grave, non aveva le caratteristiche di globalità di quella che ci troviamo ad affrontare oggi in Italia e nel mondo.

“Quando poniamo l’obiettivo di una programmazione dello sviluppo che abbia come fine la elevazione dell’uomo nella sua essenza umana e sociale, non come mero individuo contrapposto ai suoi simili; quando poniamo l’obiettivo del superamento di modelli di consumo e di comportamento ispirati a un esasperato individualismo; quando poniamo l’obiettivo di andare oltre l’appagamento di esigenze materiali artificiosamente indotte, e anche oltre il soddisfacimento, negli attuali modi irrazionali, costosi, alienanti e, per giunta, socialmente discriminatori, di bisogni pur essenziali; quando poniamo l’obiettivo della piena uguaglianza e dell’effettiva liberazione della donna, che è oggi uno dei più grandi temi della vita nazionale, e non solo di essa; quando poniamo l’obiettivo di una partecipazione dei lavoratori e dei cittadini al controllo delle aziende, dell’economia, dello Stato; quando poniamo l’obiettivo di una solidarietà e di una cooperazione internazionale, che porti a una ridistribuzione della ricchezza su scala mondiale; quando poniamo obiettivi di tal genere, che cos ‘altro facciamo se non proporre forme di vita e rapporti fra gli uomini e fra gli Stati più solidali, più sociali, più umani, e dunque tali che escono dal quadro e dalla logica del capitalismo?”

Oggi questa proposta si chiama economia rinnovabile e deve diventare uno dei punti fondanti della proposta politica di una sinistra che si ponga l’obiettivo di cambiare la società per uscire dalla logica del capitalismo.

Di fronte alle crisi finanziarie che sconvolgono le economie, ai mutamenti climatici che mettono a rischio la nostra stessa sopravvivenza, lottare per un nuovo modello di società è una esigenza non della sola classe operaia né dei soli comunisti.

E’ un’esigenza della razza umana.

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I miei ricordi, il mio Pci

di Marco Furfaro

E’ il 21 gennaio del 2009. E oggi il Pci avrebbe oggi ben 88 anni, tre volte la mia età.

Per questo non sono mai stato iscritto al Pci: non ne ho purtroppo avuto il tempo. Ma, stranamente, sento forte il sentimento dell’appartenenza verso questo grande partito, un sentimento che forse non ho mai avuto nemmeno per i partiti in cui ho militato negli anni a venire.

Forse perché ho conosciuto il Pci grazie a due persone straordinarie. Due persone che, per me, bambino con gli occhi curiosi di chi vuol sapere tutto e che cerca una risposta ad ogni domanda, rappresentavano il mio Pci più di ogni altra cosa.

Il primo vago ricordo che ho del Pci evoca una delle pagine più tristi ed emozionanti per la storia del partito comunista italiano. E’ un ricordo abbastanza confuso: la voce di mia madre che, indicando una televisione, mi dice “guarda laggiù, lo vedi? c’è anche tuo padre”. Non ho mai capito come, tra quella fiumana di persone, tra quelle migliaia di bandiere, in quel “laggiù” indefinito, mia madre potesse pensare che avrei visto e riconosciuto mio padre… Mi sembra ancora di percepire il suo orgoglio nel pensarlo là, a Roma, a salutare per l’ultima volta il segretario di quel partito in cui tanto aveva militato, in cui tante speranze aveva riposto. Era il suo ultimo saluto, il suo ultimo omaggio al compagno Enrico Berlinguer, il segretario cui aveva voluto più bene di tutti, che aveva stimato per il coraggio con cui affrontava gli errori del passato e dell’ingombrante presente sovietico, per la dolcezza con la quale stringeva la mano a tutti al suo passaggio, per la pazienza con la quale si intratteneva con i lavoratori che gli spiegavano i loro problemi. Ma era anche il segretario che lo aveva fatto dubitare per il compromesso storico, disperare perché, come magicamente recita Roberto Benigni in “Berlinguer ti voglio bene”, non dava mai il “via” ai compagni per iniziare la rivoluzione nonostante vedesse in lui l’unico in grado di avere la credibilità per farlo.

E’ così che ho colorato e riempito il mio Partito Comunista Italiano: con le parole di mio padre. Mentre a tavola commentava i fatti del giorno, mentre si rammaricava della scomparsa di Berlinguer perché secondo lui, “se ci fosse ancora Enrico, saremmo già in piazza a manifestare” per qualsiasi cosa andasse storta, mentre stigmatizzava il comportamento dei “padroni” ma anche mentre mi rimproverava se non misuravo le parole e mi lasciavo andare, sull’onda dell’entusiasmo, a maledire la Fiat ed il governo.

E poi vi erano i ricordi più belli, gli aneddoti su Berlinguer che lo dipingevano come un vecchio eroe romantico con gli occhi affaticati dal troppo lavoro e così simili a quelli di qualunque operaio, contadino, artigiano. “Gli occhi e lo sguardo di ognuno di noi”, come amava ripetere mio padre. Ancora oggi, ricordo quando mi raccontava di come Berlinguer all’aeroporto rifiutasse sempre le salette riservate che i solerti funzionari del luogo gli mettevano a disposizione e con pazienza affrontava le interminabili file per uscire dal terminal.

Uno di questi aneddoti, indimenticabili, colora l’incontro tra Berlinguer e Gava, il plenipotenziario esponente della Dc, all’aeroporto di Catania. Gava, da una finestra a vetri della saletta delle autorità, vide Berlinguer in fila e così mandò uno dei suoi a dirgli che forse non s’era accorto che c’era quella saletta riservata attraverso la quale si poteva salire per primi sull’aereo. Berlinguer rispose, con il solito con tono fermo e quieto, “dica a Gava che lo saluterei volentieri, ma dovrebbe venire qui lui perché io, se mi muovo, perdo il posto nella fila”. L’inviato di Gava, un po’ perplesso, lo salutò e portò il messaggio. Quando ero piccolo chiedevo a mio padre di raccontarmi questo episodio come se fosse una filastrocca, un racconto per fare addormentare i bambini. Forse non è un caso essermi innamorato della politica se consideravo questo magico racconto migliore di tanti altri racconti.

Solo anni dopo ho capito che questa era la diversità comunista. Una diversità, quella di Berlinguer, mai ostentata, ma praticata giorno per giorno. Una diversità che io vivevo giorno per giorno negli atteggiamenti di mio padre verso la vita che, purtroppo, non era stata molto generosa con lui.

Ho caratterizzato e definito l’essere comunista attraverso la dignità con la quale mio padre affrontava la vita, per quello strano orgoglio con cui affrontava le ingiustizie e la sfortuna che, a mia insaputa e con mio grande disappunto, sembravano non abbandonarci mai… Solo anni dopo ho capito che la diversità comunista stava, nonostante le mille difficoltà economiche che viveva la mia famiglia, nell’intransigenza delle azioni e delle scelte di mio padre. Non voler accettare i favori si traduceva, con mio grande disappunto, in niente vizi, niente vacanze, niente stupidi giocattoli da bambini ricchi e viziati.

Un niente per avere tutto: la libertà. La libertà per i propri figli di non dover ringraziare qualcuno per essere stati in grado di lottare ad armi pari con la vita. Armi, che in verità pari non lo sono mai state, ma che hanno permesso a me e mia sorella di studiare, sui libri e fuori dalle pagine, mentre la vita ci rovinava addosso e noi tentavamo con tutti i mezzi di andare avanti.

E’ grazie a queste due persone se posso riconoscermi negli ideali comunisti, se posso oggi dirmi comunista, rivendicarlo ed esserne orgoglioso. E’ grazie ai ricordi e agli insegnamenti di un padre che dal Pci non ha mai avuto materialmente niente, ma che ci ha creduto da sempre, e alla figura emblematica di un uomo che, ai miei occhi, rimarrà sempre un esempio di cosa sia la politica e con quanta serietà vada affrontata.

Ho conosciuto il Pci grazie a mio padre. Ed oggi, mio padre è in prima fila per la costruzione di un grande soggetto della sinistra che sappia interpretare, proprio come faceva il Pci, i bisogni della gente, dei lavoratori, degli studenti. Non crede di rinnegare il suo essere comunista. In verità, lui non ha mai avuto bisogno di dirlo che lo era, lo sapevano tutti. Era la sua storia che parlava per lui.

Tra gli appunti di Berlinguer, c’è n’è forse uno che mi sembra particolarmente adatto al nostro tempo, al momento che sta vivendo la sinistra nel nostro Paese. Berlinguer diceva, parlando del Pci, “siamo nella storia e con la storia; siamo una grande forza democratica di trasformazione e noi stessi vogliamo rinnovarci continuamente per non venire meno agli appuntamenti che la storia ci chiede”.

Onestamente non so se quello per cui ci battiamo oggi, in particolare, la costruzione di un nuovo partito che rappresenti le forze della sinistra italiana, interpreti quella trasformazione e quella voglia di rinnovamento di cui parla Berlinguer. Io lo spero, ovviamente. Ma non sono così presuntuoso per crederlo.

Quello che so è che mi manca e che l’unico modo di commemorarlo, ancora oggi, sia battermi fino in fondo per quello in cui credo. Per questo, ogni giorno, lotto per costruire una Sinistra che restituisca ai cuori delle genti passione e speranza: un sogno mai infranto che mi tiene vivo ed in cui trovo un compiuto senso di futuro.

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