“Fischia il vento e soffia la bufera” (canto partigiano)
(Estratto dal libro “MEMORIE DI UNA VITA FUTURA” di Marco Parodi)
Era scoppiata l’estate e la città sembrava attraversata da un vociare confuso, da bagliori continui di rivolta, da un vento di bandiere rosse e di canti partigiani.
La Democrazia Cristiana aveva messo Giuseppe Tambroni a capo di un governo che si sosteneva con i voti dei fascisti, i quali pretendevano di tenere il congresso del MSI proprio a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, provocando la sollevazione di tutti i genovesi.
Il 30 giugno, piazza De Ferrari fu invasa dai camalli (gli scaricatori del porto) provocando i caroselli della Celere che, per disperderli, salivano con le jeep sui marciapiedi, ma i dimostranti, nascosti nei portoni, sollevavano di peso l’ultimo celerino dal lato destro e lo tiravano dentro per gonfiarlo di botte.
Così il congresso del MSI a Genova fu annullato. La rivolta si allargò ad altre città, in Sicilia, a Reggio Emilia, provocando anche dei morti. “Di nuovo come un tempo / sopra l’Italia intera / fischia il vento e soffia la bufera.”
Alcuni miei amici riuscirono a contrastare sul nascere un mio iniziale moto di solidarietà per i poliziotti, che anticipava di dieci anni quello di Pasolini dopo gli scontri a Valle Giulia, facendo sì che un primo vago barlume di coscienza politica si facesse strada in me.
Non distante da casa mia, nei giardini pubblici, si trovava una vecchia torre dalle incerte origini che veniva utilizzata come Sezione del Partito Comunista Italiano. Era intitolata a “Giacomo Buranello”, uno studente antifascista figlio di contadini veneti emigrati a Genova, fucilato dai repubblichini al Forte di San Giuliano.
Passandovi davanti, mi accadeva spesso di fermarmi a leggere i fogli dell’Unità chiusi in una bacheca circolare che abbracciava tutto il perimetro della struttura, e ad ascoltare con curiosità i commenti dei gruppi di compagni che ne approfittavano per tenersi informati.
Piano piano, acquistando confidenza, avevo cominciato ad unirmi al dibattito, a dire la mia su cose che magari avevo sentito da Galloni o Trionfo, risultando più avvertito sul piano politico di quanto in realtà non fossi.
Il segretario della sezione era un ex-operaio dell’Italsider, ormai in pensione e con tanto tempo libero davanti; una persona mite e piena di buon senso, così diversa dai comunisti trinaricciuti inventati da Guareschi, in perenne attesa dei cosacchi di Baffone che dovevano abbeverare i cavalli nelle fontane di San Pietro.
Mi si avvicinò spinto dalla curiosità di conoscere quel ragazzino che parlava una lingua così pulita, senza inflessioni dialettali, e dalle idee apparentemente così chiare.
Con l’andar del tempo, i nostri incontri diventarono dei veri e propri appuntamenti, di sera, quando non dovevo più rendere conto ai miei delle ore di studio.
Scoprendo che volevo fare l’attore, si infiammò moltissimo e mi chiese lì per lì di organizzare delle letture, di poesie o di qualsiasi altra cosa, per i compagni. A me non pareva vero di poter tornare, anche se in forma ridotta, a recitare, e mi misi subito a studiare un reading dedicato a Bertolt Brecht.
Avevo comprato su una bancarella un volumetto marrone delle Edizioni del Gallo, di canzoni, ballate, poesie dal titolo “Io, Bertolt Brecht”. Era una raccolta dei versi più famosi del poeta di Augsburg, fra i quali “Mio fratello faceva l’aviatore”, “Del povero B.B.”, ed il mitico “Ricordo di Maria A.”.
In dieci giorni riuscii a coinvolgere nelle prove un chitarrista, Vittorio Centanaro, che suonava come un angelo, ma sopratutto era disposto ad esibirsi gratis in una sezione del PCI, nonostante si professasse anarchico-trotkista.
A mia madre, ancora legata alla memoria di De Gasperi, venne quasi un infarto quando, fra mille cautele e reticenze, le comunicai che mi sarei esibito all’interno di uno spazio un pò particolare, un circolo dopolavoristico operaio messo a disposizione dal Partito Comunista.
La prima cosa che le venne da dire fu: “E adesso cosa diranno i vicini?” Ma dal momento che avevo invitato anche loro, i quali si erano subito attivati per spargere la voce fra i condomini, si tranquillizzò alquanto senza rinunciare ad un’aria rassegnata e sospirosa quando doveva giustificare di fronte agli altri le scelte stravaganti di quel figliolo.
La sala riunioni della Sezione “Buranello”, sgombrata per l’occasione da tavoli, pannelli, ciclostili, macchine da scrivere e cumuli di bandiere rosse accatastate davanti al cesso, era piena come un uovo, anche se il parterre du roi era composto da manovali dell’Ansaldo, ferrovieri, autisti dell’ ATG, il fornaio che ci cuoceva i panettoni, il patito di operette, il mio barbiere con signora, e naturalmente mia madre un pò defilata, che non aveva voluto rinunciare ad un abitino nero con una spilla di zirconi non molto intonata all’ambiente.
La serata fu un trionfo; tutti cercavano di congratularsi, stringermi la mano, darmi pacche sulle spalle, con aria sinceramente commossa.
La mamma assisteva basita a questa ondata di entusiasmo che quei versi così essenziali, scarni e per niente romantici certo non avevano suscitato in lei; ma accettò di buon grado la sua quota di complimenti per l’esibizione del figlio.
Nascosta fra il pubblico, c’era anche la Direttrice della Società di Cultura, Enrica Basevi, detta “Chicca”, una signora alta e magra, di un’eleganza naturale che le derivava da una famiglia assai titolata, ma dichiaratamente di sinistra; ed era stata messa a capo di una struttura con sede nei piani alti del Grattacielo, la famosa Torre Piacentini.
Al termine della lettura, si avvicinò con aria discreta, attese che la caciara si fosse un pò attenuata e con molta semplicità mi invitò a replicare il mio recital da loro. Una proposta incredibile, se si tiene conto che quel collage io l’avevo messo su in pochi giorni e senza la supervisione di nessuno.
Accettai ad occhi chiusi, e quando diedi la notizia a mia madre la vidi riacquistare colore e statura all’idea che suo figlio fosse stato invitato in una delle istituzioni più prestigiose della città.
Anche il mio amico segretario di sezione fu molto contento per me ed orgoglioso di aver propiziato un incontro del genere.
Mi buttai a capofitto nelle prove assieme al chitarrista anarchico, lavorando ininterrottamente per quindici giorni a migliorare il testo, a perfezionare gli stacchi musicali, ad approfondire l’interpretazione. Del resto ero stato promosso, anche se per il rotto della cuffia, ed i miei non avevano nulla da dire.
Anche questa volta ricevetti molti complimenti, e sopratutto ebbi modo di conoscere una quantità di persone per me del tutto nuove, appartenenti alla cosiddetta Genova bene. L’atmosfera era dichiaratamente di sinistra, ma con un lieve cedimento a destra, come direbbe Giorgio Gaber.
C’erano baroni universitari, consiglieri comunali e provinciali, un famoso primario a cui mia madre si era rivolta per una visita specialistica che le era costata una somma da capogiro, insomma un pubblico che oggi definiremmo radical-chic.
Durante il ricevimento che per tradizione concludeva la serata, mi fu chiesto, fra una tartina e un bicchiere di Sciachetrà, di replicare il mio recital in diverse altre sedi, naturalmente a pagamento.
In poco tempo la Società di Cultura mi accolse nel novero dei collaboratori esterni; Chicca Basevi era molto ben disposta nei miei confronti, tanto da affidarmi alcuni progetti assai delicati, uno dei quali rappresentò un banco di prova veramente arduo.
Era appena uscito nelle sale il primo film di Pier Paolo Pasolini, “Accattone”, ed io fui incaricato di organizzare un incontro pubblico con il regista nella nostra sede.
Pasolini accettò di buon grado, e dopo un paio di settimane mi recai alla Stazione Brignole, in compagnia di Giannino Galloni e di un autista, per accogliere quello scrittore così problematico e trasgressivo.
L’incontro non fu dei più cordiali: l’uomo era molto timido, tanto da risultare scostante, e ci chiese di accompagnarlo subito in albergo rifiutando qualunque ipotesi di giro per la città, adducendo motivi di stanchezza.
Ma dopo qualche minuto noi, che ci eravamo attardati a commentare quei modi così poco simpatici, lo vedemmo sgattaiolare fuori dall’albergo in direzione di Sottoripa. Evidentemente preferiva muovere da solo verso le innumerevoli occasioni di peccato offerte dai caruggi.
Tuttavia si presentò puntalissimo all’appuntamento con l’autista che doveva accompagnarlo al Grattacielo.
Per l’occasione la sala era piena in modo sospetto, e fra il pubblico comparivano diverse facce nuove, mai viste ai tradizionali incontri della Società di Cultura.
L’arcano si chiarì immediatamente non appena il regista cominciò a parlare, provocando risate sarcastiche, di aperta derisione, commenti maligni, accenni alla sua omosessualità, in un clima da stadio smaccatamente organizzato da un gruppo di provocatori. Pasolini accolse la contestazione con olimpica indifferenza, limitandosi a rivolgere loro un invito: “Non muggite, parlate.” Il che rese l’atmosfera del tutto incandescente.
Ad aggravare la situazione, giunse la notizia che una squadraccia fascista si era radunata sul marciapiede di fronte alla Torre Piacentini, in attesa dell’uscita dello scrittore. Preso dal panico, decisi di telefonare alla Sala Riunioni dei camalli per avvisarli che un gruppo di camerati si era schierato davanti al Grattacielo per dare una lezione al compagno Pasolini, noto scrittore e regista. Nessuno di loro lo conosceva, ma bastò l’annuncio della provocazione fascista per spingerli ad arrivare di corsa.
Si formarono allora due opposti schieramenti che si fronteggiarono in silenzio, in un puro gioco di occhiate. Pasolini fu fatto passare, con grandi pacche sulle spalle accompagnate da assicurazioni del tipo “Tranquillo, Pasolini, ci pensiamo noi!”, attraverso un cordone di sicurezza e guidato fino all’automobile che doveva ricondurlo in albergo. L’assembramento si sciolse così senza incidenti, ma io dovetti aspettare a lungo prima che mi tornassero le forze per andare a casa.




