di Luca Robotti (Coordinamento Nazionale SeL)

L’intervista di Nencini apparsa sul sito del PSI e poi su quello di SeL, mi fa tornare in mente vecchie pratiche, tutte politiciste e caratterizzate da un eccesso di tatticismo, l’esatto contrario di ciò che ci si aspetterebbe in un fase così delicata e piena di insidie.
Non ci sono molte strade che si possono percorrere: c’è l’ipotesi che il nostro progetto politico assuma una fisionomia più stabile e riconoscibile, si concretizzi nella cessione agli aderenti del diritto di scegliere le forme più proprie per costruire un partito; oppure c’è la strada, che sembrano indicare alcuni compagni, anche autorevoli, nel caso SeL fallisca, di provare a portare nel PD di Bersani una forte componente di sinistra, riconosciuta e riconoscibile per svolgere lì un ruolo di proposta e condizionamento a sinistra.
Ovviamente ritengo che valga la pena provare a costruire un partito che, pur con uno spirito unitario, mantenga una propria autonomia politica ed organizzativa; per questo non comprendo cosa ancora si debba aspettare, in che modo sarebbero incompatibili la costruzione di una più precisa fisionomia politica con la fine di una, sin troppo lunga, gestione pattuale che ha escluso forme di democrazia con al centro gli aderenti, lasciando ai gruppi dirigenti, peraltro figli di gigantesche sconfitte, il compito di decidere su tutto e per tutti.
Non ci sono controindicazioni, la medicina democratica è nei fatti la sola che potrebbe portarci fuori da una condizione di pre-coma in cui ci troviamo.
Lo spostamento a sinistra del PD, più percepito che reale, almeno in questa fase, l’uscita di Rutelli da quel partito, l’inasprirsi del conflitto sociale, soprattutto sulle questioni del lavoro, l’approssimarsi delle elezioni amministrative, peraltro con il rischio che diventi legge la proposta del deputato Calderisi che introdurrà uno sbarramento al 4% per Regioni, Province e Comuni, ci obbligano a compiere un passo più decisivo per mettere in salvo SeL dagli arrembaggi che subiremo.
Nessuno ha mai neppure proposto di abbracciare una cultura radicale e massimalista, nei fatti le uniche forzature, nel nostro dibattito, sono state portate dal PSI, prima con la proposta di un convegno per ricordare la figura di Bettino Craxi e adesso con la proposta di organizzare una giornata per ricordare la caduta del muro di Berlino, che peraltro non vediamo certo come una sfida di tipo culturale, avendo fatto i conti molto tempo fa con un pezzo della storia del movimento comunista internazionale. Nella sostanza un’idea passatista per rimarcare non si capisce bene cosa, se non provocare sterili dibattiti interni, più utili a organizzare tifoserie che a stimolare la formulazione di un profilo identitario e valoriale nuovo e ancorato all’oggi.
Il nostro progetto ha un valore percepito, nei fatti della politica, ben maggiore di quello che nella realtà rappresenta realmente, di questo dovremmo preoccuparci, non dei pericoli che la componente comunista possa tentare, con “l’applausometro”, di riproporre un profilo identitario massimalista.
Dovremmo preoccuparci di stabilire esattamente chi fa cosa, esattamente come avevamo stabilito a Bagnoli per il Coordinamento nazionale, mentre questo non si è fatto e non si vuole ancora fare.
Dovremmo iniziare a parlare con un’unica voce su tutte le questioni che riguardano la costruzione del profilo del nuovo soggetto politico, invece che continuare ad avere 5 voci diverse su temi importanti come gli enti locali, l’organizzazione, le relazioni internazionali e così via.
Nulla, il tema su cui ci si esercita da settimane è chi dovrà fare il portavoce. È bene iniziare a dirle queste cose, perché altrimenti i compagni possono farsi una idea sbagliata sulle responsabilità di questo nostro immobilismo.
Se il sottoscritto può essere identificato con la componente comunista, può anche essere etichettato come uno degli appartenenti del Coordinamento che ha lavorato di più per garantire che non si esercitassero forzature di nessun tipo; il tempo però è scaduto, occorre avere la forza ed il coraggio per dire con chiarezza cosa si vuole fare ed in che tempi.
Non basta evocare Bagnoli, anche perché quella assemblea è stata disattesa proprio nel suo spirito: dare, a partire dal Coordinamento, il compito di lavorare con precisi mandati che fossero utili a creare senso di comunità ed appartenenza a SeL.
Non sono più utili a nessuno soluzioni pasticciate o mezze soluzioni, neppure quando queste vengono ammantate con il necessario tempo da dedicare all’elaborazione politica e progettuale, serve chiarezza a partire dalla individuazione di un volto che ci rappresenti, così come dare la certezza al corpo dei nostri aderenti di un principio di “una testa, un voto”.
Nessun radicalismo e nessun massimalismo, un principio semplice semplice: la democrazia che faccia cadere “il muro” che ci divide dal nostro popolo.

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