Europee, intervista a Umberto Guidoni: «Salario minimo uguale in tutta Europa»
di Ginevra BAFFIGO (www.ilpolitico.it)
Umberto Guidoni, astrofisico e astronauta di fama mondiale, eurodeputato dei Comunisti italiani dal 2004, anno in cui ottenne più di 7000 preferenze. Oggi è ricandidato per un secondo mandato a Strasburgo nelle liste di Sinistra e Libertà per la circoscrizione dell’Italia centrale. Che bilancio trae di questi cinque anni? C’è un’iniziativa che ricorda con maggiore soddisfazione?
«E’ difficile identificare un precisa battaglia, ce ne sono state molte. Sicuramente fra queste vi è l’ultima, fatta per l’approvazione del pacchetto clima ed energia, che ha portato alla revisione della normativa europea in materia di cambiamenti climatici: ovvero il famoso pacchetto del 20 20 20. E’ stata una battaglia molto importante perché aiuterà l’Europa ad uscire dalla dipendenza dal petrolio, ed inoltre sarà in grado di dare, in questa fase di crisi economica, milioni di posti di lavoro in Europa e quindi anche in Italia. Un modo per uscire dalla crisi e contemporaneamente per salvaguardare il nostro futuro, combattendo i cambiamenti climatici e aiutando la riconversione verso delle forme di energia più sostenibili».
Quali sono invece le battaglie che si ripromette di fare nella prossima legislatura, qualora venisse rieletto?
«Tra le molte ancora da fare, credo che ce ne sia una particolarmente importante: quella di trovare delle strategie comuni in tutta Europa per combattere la crisi. A partire ad esempio dal definire un salario minimo uguale per tutti i paesi d’Europa. L’Italia infatti è uno dei Paesi con il salario minino fra i più bassi, e perciò un’iniziativa in questo senso potrebbe aiutare milioni di persone che nel nostro Paese non arrivano alla fine del mese».
Onorevole Guidoni, Lei è anche Presidente dell’associazione “Unire la sinistra”: in che misura è possibile pensare una sinistra unita e soprattutto unitaria in Italia, dal momento in cui, malgrado vi sia il rischio di non accedere al Parlamento Europeo, siete in corsa con due liste separate e antagoniste?
«Il fatto che ci presentiamo con due liste separate purtroppo è la conseguenza della sconfitta dell’Arcobaleno, interpretata in modo diverso da due scuole di pensiero. Quella che poi ha dato vita al progetto di Sinistra e Libertà, insieme al Movimento per la Sinistra di Vendola e Sinistra Democratica di Fava, ha avuto sin dall’inizio la necessità di mettere insieme l’esperienza di forze diverse, facendo quindi delle battaglie per “unire la sinistra”. Noi puntiamo a farlo attraverso un’azione importante e significativa di Sl, che vuole avere un ruolo di aggregazione sia per chi possiede un’altra lista a sinistra, sia per il Pd che in questo momento soffre una crisi di consenso, dovuta al fatto che non si capisce il tipo di politiche che vuol fare. Noi pensiamo che Sl possa rappresentare il punto di riferimento per una politica che faccia salvi i ruoli della sinistra storica, ma che allo stesso tempo sia in grado di darsi progetti concreti. Questo è il modo di ottenere consensi. Non lanciando slogan, ma piuttosto dimostrando che la sinistra è utile al Paese».A meno di due settimane dal voto come pensate di convincere gli elettori?
«E’ evidente che c’è un’esclusione da parte dei media nei confronti di una componente nuova, quale è Sinistra e Libertà. Per questo noi stiamo facendo campagna elettorale nel modo più tradizionale, cioè andando a parlare alla gente. Io mi sposto da una città all’altra nella circoscrizione dell’Italia centrale, cercando di parlare con le persone dei temi complessi di questa campagna elettorale. E’ una campagna europea ma riguarda anche la politica italiana. Vi è infatti il progetto di ricostruire una sinistra in Italia, progetto questo che ovviamente sarà perseguito anche dopo le elezioni. Intanto però, tenendo ben presente il nostro obiettivo ultimo, bisogna battersi per avere dei posti, non quelli televisivi».
Gli ultimi sondaggi vi vedono oscillare attorno alla quota di sbarramento dopo che le politiche del 2008 hanno decretato la vostra esclusione dal Parlamento italiano. Come pensate di recuperare la fiducia degli elettori?
«Fermo restando che la sinistra deve fare una buona dose di autocritica rispetto alle scelte fatte in questi anni, credo che la migliore risposta sia cambiare il modo di fare politica: non rincorrendo la destra sul suo terreno, quello della declamazione di principio, perché lì siamo destinati a perdere, non avendo la capacità di utilizzare televisioni e giornali, che in Italia sono nelle mani di un unico padrone. La sinistra, se vuole ricostruire un rapporto con il suo elettorato, deve anzitutto partire da un disegno di società condiviso, e per questo deve essere più unitaria possibile. Deve basarsi su quei fondamenti che hanno fatto la democrazia in questo Paese e ripartire definendo le scelte concrete con cui misurarsi. Noi non vogliamo più essere la sinistra del “no”, né stare a rimorchio delle decisioni di Berlusconi, limitandoci a dire “no a questo, no all’altro”. Vogliamo giocare una partita all’attacco, decidendo noi le cose che vogliamo, e costringendo Berlusconi a dirci qual’è il suo punto di vista a riguardo. Noi vogliamo un Paese dove non dei privilegi ma dei diritti, in cui ciascuno sappia cosa può avere dalla società e cosa deve darle in cambio. Questa è l’Italia che ci piace. Penso che se sapremo parlar chiaro una parte del Paese tornerà a guardare al nostro progetto, e lo farà se ci metteremo anche il cuore, perché è così che si vincono le battaglie, soprattutto quando non sia hanno le televisioni».
Fra i punti del suo programma ci sono università e ricerca, ed in questo ambito si inserisce anche lo “science pact” che, lunedì, lei e Alessandro Bottoni, avete lanciato da Piazza Navona. Come intende declinare questo binomio?
«La ricerca, la formazione, i saperi, la conoscenza, sono alle basi di una società del futuro. Puntare su un allargamento dei saperi, su un accesso senza limiti ad internet e ai mezzi moderni di diffusione del sapere, credo che sia una battaglia “di sinistra”, tesa a costruire una società di eguali. In questo senso abbiamo lanciato un “decalogo” su quelle che dovrebbero essere le azioni principali da portare avanti al Parlamento Europeo. Fra queste ce ne sono alcune molti importanti: come dicevo la diffusione del sapere attraverso un accesso aperto, il potenziare la ricerca nell’università pubblica, il battersi contro tutti quei dogmatismi che possono influenzare la libera ricerca. Credo che questo serva a far crescere la società. Anche in Europa la società della conoscenza è uno degli obiettivi perseguiti. In Italia invece fatica a realizzarsi a furia di tagli alla ricerca, alla scuola e all’università pubblica».
Restando in tema di Ricerca, lei ha affermato che “un futuro senza ricerca è un futuro senza progresso”. In Italia però i ricercatori sono condannati o al precariato in patria o alla gloria in “esilio”. Cosa può fare l’Europa per l’Italia?
«E’ chiaro che la battaglia per la ricerca in Italia è importante. L’Europa ci può dare delle indicazioni ma non può obbligare il nostro governo a fare quello che dovrebbe fare naturalmente: cioè difendere in qualche modo quei diritti di accesso ai saperi. Questi sono importantissimi per i nostri giovani, affinché questi possano essere cittadini dell’Europa e competere alla pari con i giovani europei. L’Europa può venirci incontro offrendoci stimoli, aiuti anche economici, ma certo non può sostituirsi al governo. Ed un governo responsabile non può non investire risorse in questi campi».
La politica dà abbastanza spazio ai giovani?
«A fronte di un giovanilismo, talvolta esasperato dallo stesso premier, credo che ci sia in realtà un rifiuto sostanziale a darlo. Basta vedere l’età media delle persone che contano in Italia. Nei Paesi in cui si parla meno di giovani, ma si fanno cose concrete, la situazione è diversa. Inoltre non è tanto importante l’età anagrafica, quanto quello che uno riesce a fare. Naturalmente se non si dà spazio, non si danno gli strumenti, non si investe sulla scuola e sulla ricerca, è difficile che i giovani possano raggiungere quella maturità, che permetterà loro di essere un valore aggiunto nel panorama politico italiano e nelle realtà produttive e scientifiche. Questa è la realtà. Bisogna parlare meno di giovani ed investire di più nelle risorse che poi daranno loro la possibilità di farsi valere nella società».
Onorevole Guidoni, lei ha partecipato anche ai lavori della Commissione temporanea sul cambiamento climatico, e come si evince dell’ultimo rapporto del IPCC lo scenario delineato all’orizzonte è tutt’altro che rincuorante. Quale dovrebbe essere il passo successivo per evitare le conseguenze climatiche previste?
«Non c’è dubbio che anche rispetto ai modelli più pessimistici stiamo evolvendo molto rapidamente nella direzione peggiore. L’Europa ha comunque fatto dei passi significativi: intanto perché ridurrà le emissioni di gas serra, anche in assenza di un accordo internazionale. E poi mi auguro si batterà a Copenaghen per ridefinire i parametri di Kyoto in chiave più incisiva e cogente nei confronti dei singoli stati. Non si può accettare che uno stato decida autonomamente se partecipare o meno. Deve esserci un coinvolgimento di tutti. E’ altrettanto importante che l’Europa si dia degli strumenti, per trovare anche una giusta redistribuzione dei costi e del peso delle limitazioni, che sarà necessario porre per mantenere il controllo di questo riscaldamento. Siamo ormai vicini al limite dei due gradi; dobbiamo perciò da subito ridurre le emissioni in modo da avere qualche possibilità di mantenere sotto controllo questi effetti. In Europa inoltre bisogna trovare delle soluzioni per modificare gli effetti che già ci sono, non solo riducendone la crescita in futuro, ma invertendo la tendenza all’innalzamento della temperatura».
All’indomani della conclusione del G8 Energia sembra che questa crisi, a dispetto delle premesse con cui ci era stata annunciata, sia ben lungi dall’innescare una Green Economy, ed ancor meno la terza rivoluzione industriale, che lei auspicava dagli scranni del Parlamento Europeo. Due nuovi accordi sono stati siglati a conferma del ritorno al nucleare e al “carbone pulito”; cosa pensa di queste politiche energetiche?
«Non sono sicuro che riusciranno a costruire le centrali, ma sicuramente si spenderanno tempo, energie e denaro in studi che alla fine non serviranno. Mentre bisognerebbe usare quelle risorse per raggiungere gli obiettivi europei. Sicuramente questa è una battuta d’arreso rispetto alla strategia definita dal Parlamento europeo. D’altra parte non possiamo ignorare il fatto che vi sono alcune lobbies potentissime, che influiscono anche sulle decisioni dei governi. Purtroppo se c’è una malattia del processo di costituzione dell’Europa è costituita proprio dalla capacità di veto dei singoli. Credo che dare più forza al Parlamento, ed in questo dare più forza alla sinistra, sia anche un modo per combattere queste lobbies, garantendo che un certo processo vada avanti nell’interesse di tutti i cittadini europei».














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