Riceviamo e pubblichiamo

di Giovanni Fancello

Noi, a questo mito - il mito della preparazione e della meritocrazia, il mito dell’accumulazione di titoli quale assicurazione sul futuro -, ci abbiamo creduto. E tuttavia non ha tardato a maturare la consapevolezza che esso andava rivelandosi, appunto, tutt’altro. Una fiaba. Un non-luogo della retorica politica italiana, la cifra più sincera dell’anomalia che oggi relega molti di noi, i “precari della ricerca”, a stabilire le proprie aspettative di vita fuori da ciò che ritenevamo potesse esserci assicurato dalla nostra preparazione, dalla nostra intelligenza, dal nostro lavoro. Ecco un’altra parola, su cui si è costruita una retorica che oggi incatena questo Paese in coda alle prospettive di libertà e di sviluppo: il lavoro mortificato, vessato, seviziato dall’infamia della Legge 30 - che trasforma i precari in flessibili, la sicurezza in elastico capitolo di bilancio, le giuste ambizioni dei migliori in pretese di privilegio.Ma questa non ha da essere una rivendicazione sindacale.

Qui, oggi, un precario vi parla a nome di altri precari per tentare di significare cosa tutto questo rappresenti per la formazione superiore e la ricerca avanzata - le uniche armi con cui un paese può sperare di combattere la crisi. Qui, oggi, un precario viene a chiedere ad una platea di donne e uomini di sinistra, perché e come, ciò che oggi si fa chiamare sinistra, abbia potuto dilapidare il vasto consenso delle classi intellettuali accettando, ogni volta che il mondo dell’Università veniva attaccato, di tacere disinvoltamente, quando non addirittura di collaborare.
In questi decenni gli Atenei italiani sono stati predati da un appetito di potere che la politica ha spesso sollecitato e mai davvero contrastato; che grazie ad essa si è installato quale componente ineliminabile della loro gestione, condizionando certo i percorsi del singolo, ma soprattutto degradando l’idea di eguaglianza, che i padri costituenti vollero esigere da un’Università pubblica, ad una litania vuota, una filigrana da inserire nei regolamenti e negli statuti - quasi che bastasse questa preghiera a scongiurare il baratro.
Tutto questo non è stato necessitato da una congenita tendenza del mondo della ricerca, né da tare antropologiche che altre volte qualcuno ha assegnato a intere categorie di lavoratrici e lavoratori di questo Paese. Tutto ciò è stato possibile perché il ruolo stesso di quel mondo, il mondo dell’istruzione, della cultura, dello sviluppo, è stato pensato come non necessario, un’opzione secondaria cui destinare, nel migliore dei casi, gli spiccioli rimasti ai bordi delle voragini aperte dalle agevolazioni fiscali alle imprese, dagli arretramenti nella lotta all’evasione, dalle esenzioni fiscali alla Chiesa. Una soluzione in cui combinare al fallimento di una politica, anzi alla sua stessa assenza, le tutele di prerogative baronali libere dal dover rendere conto della loro legittimità. Una soluzione che oggi, coerentemente con questo percorso, ci si chiede di accettare in silenzio, nella forma di provvedimenti di legge che privano l’Università del suo stesso ruolo sociale.
Oggi il Ministro Gelmini e i suoi mandanti sperano di conquistare il nostro silenzio nel modo che questa destra ha mostrato di prediligere: quello di eliminare l’anomalia codificandola nella norma. Trasformare gli Atenei in fondazioni di diritto privato non libererà gli uffici e gli studi dei dipartimenti dal personale incapace - come un malinteso efficientismo vuole oggi convincerci -, ma sancirà ancora una volta il principio secondo cui degli Atenei è lecito impadronirsi per soddisfare interessi particolari, dirottando i benefici della ricerca avanzata nei bilanci dei finanziatori.
Badate, qui non abbiamo a che fare con il progetto degenere di un ministro incompetente o di un esecutivo disattento. Non ci sono refusi, in questa pagina di legislazione. Ciò che ci si presenta oggi, con i freddi nomi di “Legge 133″ e “Decreto Legge 180″, è una prospettiva ragionata di smantellamento delle forze critiche che ancora la nostra società riesce a esprimere. È l’antidoto, lungamente preparato, alla forma più estrema di libertà civile: il dissenso. E ciò che più meraviglia è come quella stessa società mostri oggi di saperne fare a meno, affondando le proteste di studenti e docenti nell’indifferenza, quando non nella diffidenza. Una società che sembra accettare, a partire dalle veline dei mezzi di informazione, le sofisticazioni di chi oggi promuove quei provvedimenti normativi, spacciandoli per innovazione, razionalizzazione, ristrutturazione. Un’innovazione che sostanzia la nuova produzione normativa di riferimenti alla peggiore legislazione degli ultimi vent’anni in materia di scuola, Università e ricerca; una razionalizzazione che impedisce alle nostre teste migliori di arricchire l’Italia delle loro idee; una ristrutturazione che lascia intatti i pilastri di una struttura eretta sul feudalesimo delle cattedre, sul vassallaggio dei ricercatori, sui disservizi per gli studenti.
Certo, l’università italiana non è solo questo. Ma tutto ciò non troverà certo un rimedio nel taglio di oltre 1400 milioni di euro previsto dalla Legge 133, con la quale tuttavia si è inteso di dover destinare una cifra addirittura superiore alla Fiera di Milano, oltre a consistenti stanziamenti a favore delle missioni all’estero e di aziende private. Né vale a caratterizzare diversamente l’azione di questo Governo il decreto 180, la cui copertura finanziaria, com’è noto, non prevede nuovi stanziamenti ma assegna fondi supplementari agli Atenei - peraltro esigui - decurtandoli da fondi originariamente destinati alle aree più disagiate del Paese, e riprende i dispositivi della Legge 133 mascherandone la portata attraverso insulsi giochi di parole, come, ad esempio, nel caso della revisione dei limiti del turn-over, che sostituisce alla soglia del 20% (un’assunzione ogni cinque pensionamenti) quella del 50% del solo personale a tempo indeterminato. Ma, come già ho detto, non voglio qui avanzare istanze di carattere sindacale. Nella presente situazione è l’idea stessa che sottosta ai dispositivi di legge, a presentare insolvibili nodi di criticità: l’idea, cioè, che siano sufficienti operazioni di facciata a nasconderne l’impatto (è il caso dei provvedimenti sul voto in condotta e l’insegnante unico, previsti dalla Legge 169).
Ma non possiamo neppure nascondere, soprattutto in questa sede, il risentimento di quanti, nell’analizzare la lettera dei dispositivi di legge, hanno potuto riscontrare che essi richiamavano una normativa la cui responsabilità è da addebitare a governi e maggioranze di centro-sinistra. Un esempio è dato dalla Legge 449/1997, che già prevedeva una limitazione del turn-over al 35% per quegli Atenei che avessero speso più del 90% del Fondo di Finanziamento Ordinario per le retribuzioni, come se una tale conseguenza potesse ancora essere evitata, dopo decenni di tagli indiscriminati alle dotazioni dei dipartimenti universitari. O come nel caso della Legge 210/1998, in cui si consentiva agli Atenei che avessero bandito concorsi per un posto ricercatore, di non tenere conto dei meriti scientifici dei candidati, o addirittura, nel caso dei docenti associati e ordinari, escludeva l’obbligo di arruolamento anche in seguito all’abilitazione, consentendo però nomine per chiamata diretta (iniziative, queste, riprese e aggravate dal DPR 117/2000). Un tale profilo, pur nel glaciale formalismo del linguaggio giuridico, conserva a tutt’oggi intatte garanzie di stabilità per il sistema delle cooptazioni e dei lignaggi parentali. Ci sia permesso domandarvi quale credibilità può sperare di avere quella sinistra, quando oggi, nelle aule parlamentari, argomenta - pur giustamente - l’inaccettabilità del piano Gelmini-Tremonti. Dov’era quella sinistra quando un altro pezzo del futuro di chi allora doveva ancora terminare la scuola dell’obbligo, veniva cannibalizzato da leggi vergognose nella forma e nella sostanza? Davvero avevate bisogno di un’infamia come questa, come la Legge 133 o il Decreto 180? Davvero i dirigenti del centro-sinistra di oggi (che sono gli stessi di ieri) avevano bisogno che,dall’esterno, un’Onda depositasse sulle loro agende la voce degli studenti, perché ci si accorgesse della enorme portata sociale delle loro istanze? Questo movimento, nel quale anche il mondo del precariato universitario si riconosce ed integra, condensa sensibilità diverse; ma ha coscientemente optato per il rifiuto di qualsiasi legame di rappresentanza con un partito, forse perché è emersa con chiarezza l’inattendibilità di qualunque forma di delega istituzionale. Aspettiamo con impazienza di essere smentiti. E tuttavia siamo perfettamente coscienti che questo rifiuto non può trasformarsi in un’isteria antipartitica che anestetizzi la ricezione delle differenze, o dissolva l’analisi degli orientamenti specifici del legislatore nei più squallidi luoghi comuni da “antipolitica”. In questo senso il coordinamento di studenti, dottorandi, ricercatori e docenti che sta prendendo una forma sempre più definita e decisa in tutta Italia - Cagliari compresa - non sta risparmiando alcuna forza. Una forza che è e vuole essere, per sua natura, politica. Sapevamo cosa ci avrebbe riservato questo Governo, in materia d’istruzione. In passato, però, avremmo voluto aspettarci qualcosa di più dalla sinistra che oggi afferma di volerne contrastare la violenza. Perché non altrimenti può chiamarsi l’atteggiamento di chi non prova vergogna ad abolire un diritto costituzionale come quello allo studio ed all’accesso ai «gradi più alti degli studi» (art. 34 della Costituzione). Se analizzassimo freddamente la situazione, non staremmo occupando le aule delle Facoltà, né organizzando manifestazioni o lezioni pubbliche. Di fronte ad un esecutivo che si dice determinato (e sappiamo che idea di “determinazione” abbia fatta propria questo Governo), davanti ad una maggioranza schiacciante e ad un ministro totalmente insensibile a qualunque principio diverso dal vincolo di appartenenza partitico, forse sarebbe più saggio riprendere i libri e tornare alla routine degli esami, finché si è in tempo. Ma questo movimento, e in esso i precari, sono dotati della solida concretezza dell’utopia.
Se un’indicazione ci è permessa, sarebbe forse possibile, anche e soprattutto per la sinistra, riappropriarsi di una componente della propria identità attraverso l’accettazione di questa sfida: costruire una prossimità ai momenti della coscienza civile di questo Paese che possa avvicinare i problemi alle soluzioni, respingendo il ciarpame retorico di una destra che ama la reazione e considera il confronto un ostacolo al cosiddetto “decisionismo”. Un contrappunto è da ricostruire, attraverso le figure della contestazione. Un altro futuro è possibile.

In allegato un Dossier redatto da GIovanni Fancello, a nome del gruppo stampa «UnicaMente contro la 133» della Facoltà di Lettere e Filosofia, sul Decreto Legge 180/2008

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