Università e Ricerca: l’esempio dell’Europa
di Umberto Guidoni
Per tutti, l’Europa è il trattato di Maastricht e la realizzazione della “zona €”, è Schengen e la libera circolazione dei cittadini, ma non tutti sanno che è anche il CERN, l’ESA, l’EURATOM, ovvero la ricerca scientifica di punta a livello mondiale.
Tra quelli che non ne sono al corrente, c’è anche la ministra Gelmini che, invitata all’inaugurazione del nuovo acceleratore di particelle LHC presso il CERN di Ginevra, avrebbe risposto: “ma che cosa è il CERN?” Forse per questo l’Italia non era rappresentata a livello governativo, pur essendo fra i paesi che più sono impegnati, sia come contributo finanziario che come partecipazione dei ricercatori.
Ma a parte il “gossip”, la mancanza di sensibilità del governo nei confronti della ricerca è sotto gli occhi di tutti e contrasta in modo stridente con le strategie europee. A livello continentale, si investe su ricerca e innovazione come elemento portante della società, come obiettivo strategico delle politiche europee: “entro il 2010 [l'UE deve] diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale”. E’ la strategia di Lisbona che si traduce nell’impegno a dedicare alla ricerca almeno il 3% del PIL entro il 2010.
Se questo e’ un obiettivo primario per l’Europa - che mediamente stanzia circa il 2% del PIL - diventa urgentissimo realizzarlo nel nostro paese che sconta un grave ritardo, sia in termini di investimenti (circa 1%), che in termini di risorse umane - la più bassa percentuale di ricercatori, nell’industria, nell’università e nei centri di ricerca (in Italia sono la metà della media EU ed appena un terzo di quella USA).
Il cosiddetto “capitale umano” sta diventando la risorsa chiave, più delle tradizionali risorse naturali. Le nuove generazioni dovranno affermarsi in un sistema basato sulla competizione a livello planetario, dove il livello delle conoscenze sarà uno degli elementi determinanti per il successo in un mondo del lavoro sempre più globalizzato. Per questo una classe politica che guarda al futuro dovrebbe assicurare ai giovani gli strumenti culturali per essere protagonisti nel 21esimo secolo.
L’articolo 1 della carta europea dei ricercatori stabilisce che: “Gli Stati membri s’impegnino a compiere i passi necessari per assicurare che i datori di lavoro o i finanziatori dei ricercatori sviluppino e mantengano un ambiente di ricerca e una cultura di lavoro favorevoli, in cui gli individui e le équipe di ricerca siano considerati, incoraggiati e sostenuti, e beneficino del sostegno materiale e immateriale necessario per conseguire i loro obiettivi e svolgere i loro compiti. In tale contesto, si dovrebbe accordare particolare priorità all’organizzazione delle condizioni di lavoro e di formazione nella fase iniziale della carriera dei ricercatori, in quanto questa contribuisce alla scelte future e rafforza l’attrattiva delle carriere nel settore della R&S.
Come si conciliano queste esigenze con le condizioni di precarietà, spesso decennali, in cui si trova quasi il 40% dei ricercatori? Si tratta di lavoratori qualificati, che svolgono la loro attività in un sistema che li costringe in uno stato di insicurezza: il rilancio della ricerca italiana passa necessariamente per la valorizzazione di queste risorse professionali.
L’azione del governo non coglie la distanza che separa l’Università e la ricerca italiana dalle equivalenti realtà europee. La politica dei tagli esprime solo l’esigenze di cassa del Tesoro. Occorre, invece, una politica che tenga conto degli effetti globali sulla società (innovazione, crescita sociale, diffusione di conoscenze) elementi che richiedono il ruolo determinante dell’investimento pubblico. E sottolineo investimento e non spesa, come oggi il governo definisce gli impegni finanziari dello stato.
La formazione e la ricerca forniscono sapere, un bene immateriale che è difficile da valutare solo in termini economici. Dobbiamo considerare anche il profondo impatto che il sapere ha sulla politica, sul dibattito delle idee, in definitiva, sulla realtà sociale di un paese.
Sui grandi temi delle scelte energetiche, dei cambiamenti climatici, delle biotecnologie, i cittadini sono chiamati a decisioni che hanno ricadute su larga scala, scelte che vanno oltre i confini del singolo paese e di una sola generazione. Una società consapevole, responsabile e solidale, una democrazia moderna, non può esistere senza un sapere diffuso. La salvaguardia del nostro pianeta, il nostro futuro e quello delle prossime generazioni è legato ad un sempre più alto livello di coscienza ma anche di conoscenza.
Via, via che l’interdipendenza tra tecnologia, scienza e società si fa più profonda, con l’entrata nell’uso quotidiano di beni di consumo sofisticati e di strumenti di lavoro complessi, rischia di amplificarsi una separazione - il cosiddetto “technological divide” - tra chi sa e chi rimane escluso. In generale c’è il rischio di una separazione tra esperti e non esperti, o peggio, tra una massa di consumatori, di clienti, ed una elite di cittadini istruiti che sa e decide.
Ecco che il tema della democrazia, si intreccia con la diffusione del sapere, con la battaglia per rilanciare la scuola, l’università e la ricerca nel nostro paese.
La mobilitazione di questi giorni, in tutta Italia, è importante anche perché pone al centro dell’agenda politica questi temi. I giovani, le donne, i lavoratori della conoscenza ci chiedono di prestare attenzione al loro futuro come studenti, come ricercatori ed insegnanti ma, soprattutto, si battono per il futuro del nostro paese.
Dobbiamo ringraziarli per questo!











17 Novembre, 2008 at 23:13
Vorrei aggiungere una considerazione al puntuale e interessante contributo che tu dai sull’argomento. Oltre alla miopia del governo sulla istruzione e ricerca (ricordo che anche i precedenti governi di centrosinistra non sono stai da meno) a me sembra che i tagli oltre ad essere fatti per fare cassa abbiano anche un carattere strategico. Lo dimostra il fatto che i tagli sono accompagnati dalla volontà di privatizzazione attraverso le fondazioni. E’ mia opinione che ciò sia funzionale alla distruzione del carattere pubblico dell’istruzione e della ricerca e che si inquadri in una strategia di carattere autoritario che viene da lontano e che si inquadra in un disegno che vede lo svuotamento del parlamento, l’attacco al sindacato di classe, l’eliminazione dell’autonomia della magistratura, il controllo dei mezzi di informazione. In una parola un tentativo di sovvertire il carattere costituzionale della nostra repubblica.
18 Novembre, 2008 at 01:14
Concordo, per una volta, con Bacciardi.
18 Novembre, 2008 at 05:50
c’è sempre una prima volta e poi le vie del signore sono infinite.
18 Novembre, 2008 at 18:25
Manifesto per la Sinistra.
Sinistra svegliati, Napoli e la Campania hanno bisogno di te,
hanno bisogno di una forza che rompa con l’assuefazione al quotidiano, al lento ma inesorabile decadimento della città, alla sconfitta delle forze del lavoro, al “nonsipuotismo” delle classi dirigenti.
Dopo quindici anni di Centro Sinistra e di fronte alle ricette della Destra al governo, la gente di Napoli, della Campania e del nostro paese non può ridursi all’alternativa tra la Casa delle Libertà e il Partito Democratico, troppo simili, troppo uguali.
Napoli e la Campania hanno bisogno di una forza di sinistra, modernamente riformatrice e per questo radicale, che chiuda un ciclo e riprenda a cimentarsi con il cambiamento e con l’innovazione, che ritorni a pensare alla politica come strumento per cambiare la qualità della vita della nostra gente.
La situazione della nostra città è difficile, la deindustrializzazione dello scorso secolo è stata assurdamente assecondata da una classe dirigente che si è illusa che il turismo da un lato, la virtù salvifica del libero mercato dall’altro, potessero ricreare un tessuto produttivo capace di dare reddito ad una città di 1.000.000 di abitanti e che con il suo hinterland ne conta oltre 3.000.000.
Il Centro Sinistra, e con esso tutto il sistema politico ed economico campano e, tranne rare eccezioni, il mondo dei saperi, ha la grande responsabilità di avere scommesso su un’idea dello sviluppo che ha scambiato la riconversione ecologica dell’economia per una politica di parchi, giardini e spiagge.
I frutti di tale abbaglio oggi sono chiari e sono emblematici e la crisi dei rifiuti – nella sua spettacolarità – rappresenta solo la punta più visibile dell’iceberg: nonostante la pioggia di denaro proveniente dall’Europa e gli oggettivi processi di modernizzazione delle infrastrutture avviati nella nostra città, gli indici di povertà vedono ben 75.000 famiglie sotto la soglia di povertà nella città di Napoli e un tasso di disoccupazione che in Campania tocca oltre il 14% della forza lavoro.
A questi dati va aggiunto il peso drammatico del lavoro nero e sommerso, dei morti sul lavoro, dei poteri criminali, dell’illegalità diffusa, della mancata integrazione dei migranti, dell’evasione scolastica.
La città, nel frattempo, è passata dai circa 1.250.000 abitanti degli anni ’80 ai quasi 950.000 abitanti di oggi.
Insomma, in quindici anni di governo, il Centro Sinistra, nonostante le tante cose fatte e i tanti successi ottenuti, non è riuscito ad invertire la tendenza al decadimento della nostra metropoli.
Del resto, in una fase storica che vede l’economia mondiale crollare, come poteva una città debole, parte significativa di una nazione che da anni non cresce, uscire da sola dal vecchio pantano della questione meridionale?
Napoli e la Campania hanno bisogno che la Nazione le si stringano intorno, ma devono trovare al loro interno gli anticorpi contro il cesarismo dei suoi leader politici, l’individualismo sociale, la corruttela diffusa, l’incapacità della maggioranza della sua borghesia di promuovere buona impresa, sviluppo e posti di lavoro.
Napoli e la Campania, per farcela, devono imparare a guardare a quella parte di economia che funziona, che produce ed esporta, ai centri di ricerca e di cultura, alle Università, al sistema di trasporto e di logistica (porto, aeroporto, metropolitana), all’arte e alle risorse non espropriabili, ai suoi beni comuni.
Napoli in particolare deve divenire una città “normale” e deve lavorare per cambiare il suo volto senza perdere il fascino della sua tradizione.
Napoli e la Campania ha bisogno che nuove forze sociali irrompano sulla scena politica, che i giovani, il mondo del lavoro dipendente e dei saperi, chi lavora nella nuova e nella vecchia economia, gli immigrati e i poveri, i tanti che sono in silenzio, ricomincino a parlare e a sentirsi soggetti collettivi.
Una fase si è chiusa, di fronte a noi si presenta un ciclo elettorale di tre anni e se la Sinistra non vuole soccombere ad una Destra senza idee ma famelica o ad un Partito Democratico che appare un soggetto indistinto e incapace di decidere – come dimostra la sua subalternità al Vaticano, che è ben altro dal dialogo col mondo cattolico – ha bisogno di un nuovo inizio.
Un nuovo patto sociale, un grande programma di cambiamento, che corregga gli errori commessi e che valorizzi il buono che si è fatto. È questa una sfida anche per la Giunta campana e per quella napoletana. La Sinistra non deve abbandonare la nave che può affondare, ma non può restare spettatrice, in attesa di un risultato annunciato, deve promuovere una nuova fase riformatrice .
La Sinistra deve fare tesoro delle culture comuniste, socialiste, ambientaliste da cui proviene e deve inverarle, non con un nostalgico sguardo al passato, ma nella lettura e nel cambiamento del mondo che abbiamo di fronte.
Rivoluzionaria perché davvero riformatrice, la Sinistra deve essere una forza morale che rompa con il clientelismo in cui è ripiombata la nostra Regione dopo le speranze degli anni ’90; una forza sociale capace di dare voce al mondo del lavoro colpito e marginalizzato da deindustrializzazione, licenziamenti, morti sul lavoro. Una forza che valorizzi le competenze, il merito e le capacità dei singoli.
Una forza capace di combattere vecchie e nuove povertà, vecchie e nuove discriminazioni, una forza di legalità che combatta sempre più la camorra, la criminalità e tutte quelle forme di violenza che vogliono imporre la volontà di pochi ai molti.
Una forza che – traendo forza e ispirazione, tra l’altro, dalle lotte di queste settimane degli studenti universitari, dei ricercatori, delle famiglie – si muova decisa per riaffermare il significato della conoscenza e della formazione, contro lo smantellamento dell’Università e della scuola pubblica.
Napoli, la capitale morale del mezzogiorno, è una città con indici di esclusione sociale fuori da ogni livello di sostenibilità. Ed è per questo che la città ha il diritto che non si faccia confusione tra le politiche di assistenza, che devono essere universali e a carico dello Stato, e le politiche del lavoro, che spettano alle imprese anche in sinergia con i piani di sviluppo industriale delle città, della Regione e dello Stato.
Vogliamo una Sinistra capace di non inseguire i mille rivoli di chi protesta, alla ricerca di un illusorio ed effimero consenso elettorale. La Sinistra che vogliamo deve stare attenta a non ridursi a rappresentare sacche clientelari e gruppi di pressione; deve dire basta alle pratiche violente dei cosiddetti “disoccupati organizzati”, contrabbandate come “conflitto sociale”.
Quella dei “disoccupati organizzati” è una pagina equivoca che deve chiudersi, perché tiene in scacco la città ed ha come sbocco la ciclica assunzione in posti pubblici. La conseguenza è che, da decenni, i servizi sociali decadono, tanti giovani che hanno studiato e si sono preparati per quei mestieri restano disoccupati e i cittadini più poveri devono accettare servizi sociali dequalificati.
Napoli e la Campania hanno bisogno di una Sinistra capace di tornare a rappresentare il mondo del lavoro dipendente e le classi subalterne e, nel contempo, rappresentare chi opera nel mondo del sapere, della scienza e della tecnologia. Una forza di cambiamento e di innovazione, parte della nuova Europa che dobbiamo costruire e aperta alla cooperazione con le forze che si affacciano sul Mediterraneo.
Di questa Sinistra abbiamo bisogno con urgenza, proprio oggi che la crisi dei mercati internazionali dimostra che è finita la favola del “ricchi tutti”, che il tempo degli esclusi non verrà.
La crisi delle borse di queste ultime settimane impone a tutta la Sinistra italiana, quella meridionale e quella nazionale, di interrogarsi sul che fare, ci obbliga ad uscire dallo sconfittismo di questi ultimi anni così come dalle culture protestatarie e resistenziali, dalle piccole rendite di posizione e riprendere a pensare ad un nuovo protagonismo delle classi subalterne, alla costruzione di un nuovo grande partito. Ma anche ad una nuova alleanza, di pari dignità, con il Partito democratico, per sconfiggere la Destra di Berlusconi e Fini.
Il mondo che la crisi del modello americano ci fa scoprire è un mondo nuovo, e quando si sarà diradata la polvere che segue ogni crollo, ci mostrerà nuovi attori, nuove povertà, nuove opportunità. E soprattutto ci ricorda che il modello di sviluppo attuale non è sostenibile con la vita sul pianeta.
La società della conoscenza ha definito un nuovo modo di produrre, ma la crisi in atto dimostra che sta alla politica il compito di decidere che segno prenderà il nostro pianeta. La scienza e la tecnologia ci danno grandi opportunità e ci possono permettere di migliorare la qualità della vita, oppure possono continuare ad essere al servizio di pochi gruppi di multinazionali per decidere del destino comune.
La globalizzazione si è incagliata e il crollo del capitalismo finanziario di questi giorni ha sconvolto mercati, credenze, modelli politici e culturali. Improvvisamente le stesse forze sociali che fino ad ieri avevano magnificato la forza creatrice del libero mercato e dell’economia globale, e si erano enormemente arricchite con essi, scoprono il terrore della crisi, evocano scenari catastrofici e riparlano della virtù dell’economia sociale di mercato, richiedono a gran voce il ruolo dello Stato nell’economia, implorano di ritornare all’economia reale.
Questa richiesta di “nuovo socialismo”, di un nuovo intervento dello Stato nell’economia, avviene mentre le forze che sono nate dal socialismo, dal comunismo e dall’ambientalismo sono allo sbando nel nostro paese; vittime – anche – della propria subalternità culturale.
Ma questa crisi dimostra che non c’è tempo da perdere, che bisogna unirsi, che c’è bisogno di mettere in campo un nuovo soggetto politico che riparta dai territori e dai luoghi della produzione, dai luoghi del sapere, come la scuola e l’Università, e dalle grandi questioni etiche e dei diritti civili.
Ed è per questo che vogliamo provarci anche noi, da Napoli e dalla Campania.
La nuova Sinistra che vogliamo costruire deve essere quindi locale, ben radicata nella realtà dei nostri quartieri, nei luoghi di produzione di merci e saperi, nel gorgo delle nostre città e nel contempo deve ricominciare a parlare con voce internazionalista, sapendo che il pianeta è piccolo e ci appartiene.
Il terremoto elettorale che ha portato la Sinistra, nel nostro paese, fuori delle istituzioni è un segnale che dobbiamo leggere, poiché crediamo che lo sciopero del voto o il cosiddetto “voto utile” dato al Partito Democratico siano anche una critica alla Sinistra e alle sue forme organizzate, troppo uguali a quelle degli altri, troppo ceto politico, troppo autoreferenziali e chiuse in se stesse.
Noi vogliamo che la Sinistra riempia il vuoto lasciato in questi mesi, dando un segno di discontinuità e di unità.
Come uomini e donne della Sinistra, ci aspettiamo atti politici da chi è stato eletto nelle istituzioni e nel contempo riteniamo fondamentale iniziare ad organizzarci nei quartieri e nei luoghi della produzione e dei saperi, in modo unitario, senza disconoscere identità, ma provando a parlare un linguaggio comune e praticare un cammino comune.
È su questa base che i firmatari del presente manifesto si autoconvocano per costruire un momento di riflessione collettiva, non un’assemblea, ma un seminario che, partendo da una prima lettura della crisi internazionale e da una riflessione sul Mezzogiorno d’Italia, sul Mediterraneo e sulla necessità di una dimensione e di una cittadinanza europea, confronti idee e proposte e discuta anche di comportamenti e pratiche per costruire una Sinistra che aspiri a cambiare Napoli, la Campania e l’Italia.
Un’occasione per incontrarci, capire, agire insieme.
18 Novembre, 2008 at 20:42
Si vede che Guidoni l’ha letta l’osservazione dell’associazione viaflavio.
18 Novembre, 2008 at 20:47
Compagno Bacciardi,
innanzi tutto buonasera vecchio lupo di mare!
Noi ci chiediamo come fai con questo intervento ad entrare in quest post del compagno Guidoni, mà.
Noi ci siamo accorti che egli è sempre latitante, percui che cavolo si crive a fare nei suoi post quanto questo compagno non ci caga un pochino del suo tempo.
Anzi, aggiungiamo che scrive a fare se dopo non ti degna nemmeno di replica.
Un saluto caro.
Michele La Preziosa
viaflavio@yahoo.it
18 Novembre, 2008 at 20:48
Caro compagno ED,
buonasera, abbiamo inviato uno scritto insieme, una casualità che sicuro porterà bene!?
Un abbraccio
viaflavio@yahoo.it