Domenica 13 luglio si è svolto il Congresso della Federazione del PdCI dell’Aquila, in cui la mozione Bellillo ha avuto la maggioranza con una percentuale del 55%.

I congressi di sezione avevano indicato una maggioranza più netta a favore della Bellillo,ma l’assenza di molti delegati e l’incomprensibile astensione di due compagni che si erano già espressi a favore della mozione 2 hanno determinato una maggioranza più risicata.

Alla Federazione spettano 4 delegati per il congresso Nazionale; si è deciso di assicurare la parità tra le due mozioni, non senza qualche osservazione contraria da parte dei membri della commissione elettorale.

A presentare la mozione 1 è stato il compagno Devid Roselli, mentre Romana Rubeo ha curato la presentazione della mozione 2.

L’appello di Roselli è stato essenzialmente quello all’unità del Partito; il suo obiettivo (che crede di veder realizzato nel documento approvato dal CC) è quello di realizzare l’unità della sinistra, ma senza tralasciare il momento di riflessione “identitaria”, ovvero la fase dell’unità dei comunisti.

Di diverso avviso la Rubeo, che ha evidenziato la distanza prospettica (e non solo strategica) delle due mozioni.

Da una parte l’alternatività al PD, dall’altra la ferma volontà di non abdicare a quella che fu la nostra vocazione sin dal nostro sorgere: dialogare e fare alleanze anche con chi la pensa diversamente da noi.

Da una parte la proposizione di un Partito comunista che funga da catalizzatore per tutta la sinistra, dall’altra la consapevolezza che non abbiamo la forza attrattiva necessaria e che quindi è necessario costituire la sinistra unita partendo pariteticamente con altri soggetti.

Da una parte la considerazione che a sinistra “siamo rimasti solo noi e i compagni di Rifondazione” (parole di Diliberto), dall’altra la consapevolezza dell’esistenza di un popolo della sinistra ben più ampio, che però non si riconosce negli attuali Partiti.

Da ambo le parti il rispetto e il credere nella forma partito; ma (nella mozione Bellillo) la consapevolezza che quello è un approdo a cui si deve arrivare dopo aver dialogato con tutte quelle forze vive che esistono nella società ma che, appunto, non sono strutturate in Partiti politici.

Da una parte una politica estera che guarda alla Cina e all’America Latina; dall’altra un documento che guarda all’Europa e vuole far parte di un soggetto politico forte che sappia condizionare a suo favore le dinamiche in cui non ci riconosciamo; e quindi possa incidere nell’orientare le politiche comunitarie alla definizione di un’Europa più vicina ai popoli e meno attenta alla sola economia.

Due risposte diverse, dunque, alla medesima situazione drammatica; due risposte molto diverse che, comunque, non hanno inficiato il dibattito, che è stato tranquillo e sereno.

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