di Marco Montelisciani

Mi sono iscritto al PdCI nel 2005. Avevo 14 anni. Non avevo, per ovvie ragioni anagrafiche, strumenti ideologici per cui aderire ad un partito: ma leggevo i giornali e ascoltavo i dibattiti televisivi.

Era un momento difficile: la Sinistra veniva da una sconfitta bruciante, eravamo in pieno Governo Berlusconi e si avvertiva, anche da parte di un quattordicenne, un’aria pesante. Eravamo tutti preoccupati di un’eventuale nuova vittoria del centrodestra alle imminenti elezioni politiche del 2006; Ma eravamo, contemporaneamente, lanciati con entusiasmo verso quella sfida così importante per il futuro democratico, politico, costituzionale e sociale del Paese e per quello della Sinistra.

In quel periodo, ho aderito ad un partito non estremista, non testimoniale, che era nato per differenziarsi dal settarismo irresponsabile di Rifondazione Comunista. In un partito del cui segretario ero politicamente invaghito, perchè infervorava quando parlava di Sinistra unita, di mettersi in discussione per un progetto, di questione morale etc. quando nei dibattiti pubblici nessuno lo sapeva mettere in difficoltà.

Poi è arrivato il 2006, la vittoria elettorale risicata. Avevamo salvato la democrazia, ma non avevamo eroso quel CONSENSUS berlusconiano.

Nel 2007 il Congresso di Rimini “Più forti i Comunisti, più forte l’Unità della Sinistra”. Un Congresso entusiasmante, che ci ha messo al centro del dibattito politico a Sinistra, che ha scaldato i cuori di ognuno e che ci ha caricati di passione. L’Unità della Sinistra, quel progetto che inseguivamo da anni, si andava materializzando, grazie, soprattutto, alla spinta venuta da quel nostro Congresso. Eravamo orgogliosi di noi stessi.

Dopo l’estate, l’inversione di rotta. Il nostro Partito, che per anni aveva lavorato per la Sinistra unita, frena quel progetto. La “Sinistra senza aggettivi” diventa “la Sinistra non senza falce e martello”. Quella la nostra battaglia politica centrale. Comincia l’arroccamento identitario e testimoniale.

Con freddezza il PdCI partecipa all’organizzazione e allo svolgimento degli stati generali della Sinistra, ma i militanti lo fanno con passione. L’indicazione del segretario, la sera del 7 dicembre, dopo il primo giorno di lavori, è “portate le nostre bandiere. Facciamo vedere che siamo tanti!”. Dall’egemonia culturale e politica di Comunisti nella Sinistra, all’egemonia numerica delle bandiere del PdCI.

Nei mesi seguenti, il PdCI ha lavorato contro la costruzione del Soggetto Unitario. Fino alla caduta del Governo Prodi.

Il PD va da solo. La Sinistra unita è scelta obbligata. Si lavora affannosamente per costruire le liste. Si tratta di un cartello elettorale, ma non si può pretendere altro. Paghiamo i ritardi da noi stessi procurati.

Invece di pensare all’elaborazione di un programma nuovo, credibile e alternativo, pensiamo al simbolo: la falce e martello non si tocca! Intanto gli altri corrono. Veltroni comincia la campagna elettorale, ma noi vogliamo quel Simbolo e, su quel simbolo, discutiamo per settimane.

Non c’è alcuna prospettiva in quel progetto. “Non parliamo di aggiornare l’analisi marxista -ci dice Riccardo Messina- voliamo basso e attacchiamo i manifesti, piuttosto!”

Arriva il 13 Aprile, la batosta è dura. Diliberto si tira subito indietro: “noi lo avevamo detto, mancava il simbolo!” Questa è l’analisi politica del voto.

Arriviamo ai nostri giorni. Al V° Congresso del PdCI. C’è la linea di Diliberto. Senza prospettiva. Il PRC non vuole l’Unità dei Comunisti che lui propone, ma “dobbiamo insistere”. Dopo i nostri congressi, se dovesse prevalere tale ipotesi, tutto rimarrà com’è: stesse strutture, stesse analisi, stessi dirigenti.

No, non lo voglio.

Ma c’è anche la mozione “Unire la Sinistra”, c’è Katia Bellillo, c’è Umberto Guidoni, c’è l’amica, compagna e segretaria della mia sezione Romana, che, dal CC, mi tiene informato e partecipe degli eventi. C’è una speranza. La speranza di poter costruire un partito nuovo, plurale, ampio, partecipato e di massa della Sinistra. La Sinistra Unita. Quel progetto è ancora lì. Sfruttiamo questa occasione, che forse è l’ultima!

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